Cose PiemontesiUn tempo la gente che frequentava i mercati, sia venditori che compratori, usava un suo gergo fatto di parole, motti, espressioni, modi di dire assai particolari e caratteristici. Alcuni di questi modi di dire sono poi entrati nel parlare comune anche fuori dei mercati, ma oggi, con l’uso sempre più ridotto del dialetto, non se ne conosce più l’origine.

Circa 2500 anni or sono, il filosofo greco Diogene di Sinope, detto il Cinico (quello che abitava in una botte e che un giorno invitò Alessandro Magno a togliersi da davanti perché gli oscurava il sole) definì il mercato come un luogo dove gli uomini possono ingannarsi l’un l’altro.

In questa piccola raccolta di modi di dire, un tempo in uso nei mercati piemontesi, si possono riscontrare alcuni indizi che il filosofo aveva qualche ragione.

[Vocabolo o frase in piemontese: significato letterale; significato gergale]. 

Rivé a l’alba dle mosche: arrivare all’alba delle mosche; arrivar tardi al mercato.

Chi veul a vada, chi a veul nen ch’a manda: chi vuole vada, chi non vuole mandi; gli affari si fanno di persona.

Vende a bòta: vendere a botta; vendere a occhio,  senza stare a  stimare il valore della merce.

Marcandé sutil: mercanteggiare fine; tirare sul prezzo.

Rompe ’l còl a na còsa: rompere il collo a una cosa; vendere qualcosa a bassissimo prezzo.

Sucher: zucchero; merce preziosa.

Arponcia: merce di scarso valore.

Maròca: roba qualunque; merce di cattiva qualità.

Roclò: antico mantello; cianfrusaglia, cosa di poco valore.

Brecio: cosa di poco valore.

Arsigneul: usignolo; merce vecchia di magazzino.

A fiama: a fiamma; merce pagabile sul venduto.

Fé l’anghicio: far cilecca; esaltare il valore della merce.

Bala fàita: inganno fatto; affare concluso.

Esse ’d bala: essere d’inganno; fare il contratto.

Sbolognè: dare via oggetti difettosi; vendere la refurtiva.

Vende a strassapat: vendere a buon mercato, a prezzi stracciati.

Fé blin blin: fare carezze, adulare; abbindolare il cliente.

Savèj bate a vireman: saper vincere a viraman (gioco infantile che si fa con noccioli di ciliegie); sapere contrattare bene.

Brusé la sacòcia: bruciare la tasca; far pagar caro.

Dé man al trabuch: dar mano al trabucco (antica misura piemontese di m 3 circa); svendere per necessità.

Sciangai: Shanghai (città cinese); mercato nero.

Scuse le sacòcie: scucire le tasche, Dispiantè ‘l gran: spiantare il grano; tirar fuori i soldi.

Tiré fòra ’l mòrt: tirare fuori il morto; utilizzare il  denaro di riserva.

Esse a l’usoboé, essere alle grele: essere ridotto agli estremi, alle strette; essere al verde.

Mincionè: beffare, truffare; comperare senza pagare.

Senssa ‘n pich: senza un soldo.

Spende da pich: essere avari nella spesa.

Tiré ’l ròch: tirare la pietra; tentare una richiesta di denaro.

Plucapsëte: strozzino, succhiaborse.

Sbalsé ’nt la spèisa: sbalzare nelle spesa; eccedere nella spesa.

Gancio, ruffiano, Pof: tonfo, Cròch: gancio; debito.

Pupè: succhiare il latte; guadagnare facilmente.

Lenga: lingua, S-cianchet: strappetto, Stanghet: stanghetta; assegno.

Cabriòlet: auto scoperta; assegno scoperto.

Sghiaròla: scivolata; cambiale.

Farfala: farfalla; cambiale.

Lenga ‘d gat: lingua di gatto; cambiale.

Paciacioch: tonfo (nell’acqua); moneta di scarso valore.

Balord: balordo; denaro falso.

Nen podèj gavé la ran-a dal pautass: non poter togliere la rana dal fango; non potersi liberare dai debiti.

Andé giù dl’aqua: andare giù dell’acqua; cadere in miseria.

Dé dël cul an sla pera: dare del culo sulla pietra; far fallimento (chi falliva, per punizione veniva fatto sbattere col sedere nudo su una pietra davanti al popolo).

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