“Nacqui sottoterra in Borgo Canale, in una cantina ove ombra di luce mai penetrò”: con questo singolare ossimoro, il bergamasco Gaetano Donizetti (1797-1848) descrisse la sua venuta al mondo.

La sua vita fu intessuta alla pari di trionfi e di dolori. Dotato fin da piccolo d’una fantasia compositiva inarrestabile, fece una lunga e difficoltosa gavetta, che finì solo quando poté avvantaggiarsi del ritiro dell’ancor giovane Rossini (1829) e dell’improvvisa scomparsa del suo più diretto rivale, Vincenzo Bellini (1835).

Ma se Rossini ebbe sempre difficoltà a entrare nell’ottica del dramma romantico (dilemma che risolse a suo modo, da quel grande che era); e se da Bellini non ci si sarebbe mai potuti aspettare un’opera buffa, Donizetti seppe invece giganteggiare in entrambi i generi. Per un quindicennio – un quindicennio di fuoco in cui compose come un pazzo arrabbiato, senza prendere fiato né riposo nemmeno per dormire o per mangiare – sfornò una serie di capolavori immortali che ancor oggi destano il nostro stupore.

Tanta attività cerebrale si bloccò di colpo a metà degli anni ’40: mentre Giuseppe Verdi faceva il suo ingresso nell’agone lirico, Donizetti (che lo sostenne generosamente fin dall’inizio) scendeva nel maelstrom di una malattia crudelissima, che lo avrebbe portato all’internamento in manicomio e alla morte.

Sarebbe bello poter parlare delle oltre settanta meraviglie uscite dalla sua penna, tra cui si può citare per lo meno “Anna Bolena”, “Maria Stuarda”, “Lucia di Lammermoor”, “La Favorita”, “Don Pasquale” ecc.; sarebbe bello, ma manca lo spazio. Mi limiterò a posare la lente d’ingrandimento sul più emblematico fra tutti i suoi lavori, quello che fonde in geniale simbiosi la vis comica alla vis sentimentale, “L’Elisir d’amore”.

Questo testo delizioso di Felice Romani, che è una lettura umoristica e campagnola del mito di Tristano e Isotta, venne musicato a tempo di record ed ebbe la prima trionfale a Milano, al Teatro della Cannobiana, il 12 maggio 1832. Una vera esplosione della fantasia, che, come tutti i capolavori che escono di getto dall’anima, non fece scuola, restò unico, isolato, interpretabile solo come l’addio in pieno ‘800 allo stile amabile e lieve delle commedie in musica del ‘700.

La sua dolcezza un po’ maliziosa che “gronda d’affetto per le creature, di simpatia per i ‘rustici’, di solidarietà per i poveri diavoli un po’ tonti ma buoni come Nemorino” (M.Mila), la sua fresca vena giocosa, i suoi spunti popolareschi, realizzarono un mix senza rughe nè grinze, valido sempre, in ogni epoca.Viene da chiedersi quale abisso di sapienza, di conoscenza della natura umana, dovesse avere colui che scrisse “Una furtiva lagrima”. Un brano – si noti – il cui materiale musicale esisteva nella mente del compositore già da prima, mancavano solo le parole giuste per inverarlo. Ma una cosa così non la si può inventare senza un bagaglio emotivo eccezionale, senza essere consci della propria umanità fin nelle midolla.

Vi vibra una specie di “spirito della carne” da cui comprendiamo che chi scrisse queste note era della stessa razza di un Mozart, conosceva il mondo, non lo temeva, aveva anzi la non comune capacità di distillarlo in canto. Effettivamente in quelle due strofe si compie una specie di piccolo miracolo. Per un magico attimo, per una sospensione di tempo e di spazio, ecco uscire dai ranghi dell’orchestra un fagotto (strumento che di solito sottolinea temi burleschi) per modulare alle note basse una melodia che ha la semplicità del sospiro.

Questa  raffinata scelta strumentale fa, di per sé, il capolavoro. Su questa nuvola sospirosa si appoggia la voce del tenore e  pronuncia parole così compenetrate nella sostanza musicale da far venire il dubbio che sia un’anima sola ad averle scritte. Chi scelse il metro? Donizetti o Romani? Chi decise di alternare versi sdruccioli a tronchi? Ottonari a senari? Chi decise per i quinari di “M’ama, lo vedo/Di più non chiedo”? Non è uno schema facile. Chiedersi quanta sia stata l’abilità per ottenere questo perfetto combaciarsi è un po’ come chiedersi perché la pioggia è bagnata o la luce brilla.

Naturalezza, istintività.  Quella volta accadde: ma bisogna avere il coraggio di dire che non accade spesso.E mentre questa lacrima trema, vibra, oscilla, e la mestizia del si bemolle minore tocca per due volte l’esaltante schiarita in maggiore, un Lied, un idillio leopardiano, noi comprendiamo che da adesso in poi il teatro comico non sarà mai più quello di prima, o che, forse, il teatro comico finisce qui, in questa sintesi magistrale.

Una furtiva lagrima
negli occhi suoi spuntò:
Quelle festose giovani
invidiar sembrò.
Che più cercando io vò?
M’ama! Sì, m’ama, lo vedo.
Un solo istante i palpiti
del suo bel cor sentir!
I miei sospir, confondere
per poco a’ suoi sospir!
I palpiti, i palpiti sentir
confondere i miei co’suoi sospir!
Cielo! Si può morir!
Di più non chiedo, non chiedo.
Ah, cielo! Si può morir d’amor. 

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