Fra i geni musicali che conobbero successo precoce e carriera folgorante, il più notevole fu forse il “cigno di Pesaro”, Gioacchino Rossini, di cui quest’anno si commemora il 150° della morte.

Nato poco più di due mesi dopo la scomparsa di Mozart, percepì sempre un cordone ombelicale fra sé e lui, quasi ne fosse l’erede ideale; e anche la singolare data di nascita (il 29 febbraio) fu spesso oggetto di sue divertite battute (“ho la fortuna di compiere gli anni solo ogni quattro”, ripeteva). In poco meno di vent’anni di carriera raggiunse un grado di celebrità forse mai ottenuto da altri compositori; il suo influsso segnò indelebilmente le generazioni coeve e quelle successive; la sua capacità di giudizio e di pensiero dominò per decenni il mondo musicale, anche dopo il suo precoce ritiro dalle scene teatrali.

Di famiglia modesta (il padre suonatore di tromba, la madre soprano di media bravura) ricevette un’educazione musicale a sprazzi durante i molti spostamenti fra Ravenna, Ferrara, Lugo, finchè, a quattordici anni, entrato nel Liceo Musicale Bolognese, si dedicò intensamente allo studio e si appassionò a tal punto allo stile musicale di Haydn e Mozart da buscarsi il soprannome di “tedeschino”. Proprio in quei giorni, con le sue “Sonate a quattro”, offrì a Mozart il più bell’omaggio che un ragazzino potesse dare.

A diciott’anni gli esplose inarrestabile la vena creativa, che era una vena decisamente teatrale. Fin da subito padrone di uno stile personalissimo, dalla prima opera “La Cambiale di matrimonio” (1810) all’ultima “Guglielmo Tell” (1829), attraverso circa quaranta titoli, giganteggiò nei generi comico, semiserio, melodrammatico, tragico. Per dare un’idea della freneticità della sua fantasia compositiva, celebre è l’aneddotto secondo cui, cadutigli a terra i fogli su cui stava scrivendo un atto d’opera, non si degnò di raccoglierli, ma riscrisse tutto da capo. Solo per citare i titoli più noti, agli innumerevoli successi nel campo buffo “L’Italiana in Algeri” (1813), “Il Turco in Italia” (1814), “Il Barbiere di Siviglia” (1816), “La Cenerentola” (1817), “La Gazza Ladra” (1817), ecc. si affiancarono i drammi “Tancredi” (1813), “Otello” (1816), “Mosè” (1818), “La Donna del Lago” (1819), “Semiramide” (1823), ecc. fino alle opere del periodo parigino, culminate in alcuni rifacimenti di estrema maestria e nei capolavori del “Comte Ory” e del “Guglielmo Tell”. Conquistati a valanga tutti i teatri europei, e diventato ormai un intoccabile prìncipe della sua arte, fu lo scontrarsi del suo modo di vedere la musica – che era quasi una negazione dell’attualità ed insieme una infrenabile adesione al progresso – con la veniente e montante onda del romanticismo, a creare una discrepanza irrisolvibile che causò il suo ritiro a trentasette anni. Ne avrebbe ancora vissuti una quarantina nel suo rifugio parigino di Passy, in una condizione paragonabile, fu detto, a quella di “Giove Olimpico”, continuando a scrivere brani per pianoforte amabili e bizzarri (i famosi “Péchés de veillesse”) e due monumentali esempi di musica sacra, lo “Stabat Mater” (1842) e la “Petite Messe Solemnelle” (1863) per voci, due pianoforti e armonium.

Nello stile rossiniano la vocalità domina su tutto, il canto, sia spianato che virtuosistico, è il suo simbolo più vero, ma la condotta orchestrale invade spesso il canto, l’intuizione strumentale lo risucchia in vortici sonori, l’eccezionale bellezza ritmica, che è anche bellezza sinfonica, fa dei suoi concertati delle cattedrali e delle sue ouvertures dei brani indimenticabili anche dopo un solo ascolto. “Titano di potenza e d’audacia” scrisse di lui Mazzini. Certo, specie nell’immaginario comune, il vero ambito rossiniano è la comicità: nessuno può pensare a lui senza affiancarlo al suo Figaro che si diverte a fare il “factotum” della città, o alla sua Rosina che sa benissimo come diventare pericolosa se la toccano “dov’è il suo debole”. Eppure un uomo come lui, di indole pacifica, legato all’ordine imposto dalla Restaurazione, poco propenso a seguire gli entusiasmi risorgimentali, un uomo che trovò nel cosmopolitismo di Parigi la sua seconda patria, recava in sé un germe di grave sofferenza che invano cercava di nascondere al mondo. Passato alla storia come gioviale, di compagnia, un vero “bon vivant” amante della tavola e squisito “chef” in cucina (tutti aspetti reali del suo carattere),  nelle sfaccettature del suo “io” – ipocondriaco, irritabile, umorale – fu sempre preda di nevrosi striscianti, di crisi depressive che cogli anni si fecero più severe e furono la causa non ultima del suo ritirarsi dall’agone proprio nel momento della massima gloria.

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