Proprio il giorno del ventiseiesimo anniversario della strage di via D’Amelio, sono state depositate le oltre cinquemila pagine di motivazioni della sentenza del processo sulla presunta, che a questo punto tanto presunta non è più, trattativa Stato-mafia.
La Corte d’Assise di Palermo ha dato quindi per certo il fatto che ci siano stati rapporti tra rappresentanti dello Stato e esponenti della mafia. Perché i rapporti sono, a questo punto, dati per certi? Perché oltre a condannare pezzi da novanta della mafia siciliana come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, hanno avuto pesanti condanne anche alti esponenti dell’Arma dei Carabinieri come il colonnello Giuseppe De Donno, il generale Antonio Subranni ed il generale Mario Mori.
Secondo l’impostazione accusatoria, i condannati (nel caso degli ufficiali violando i doveri inerenti alla loro funzione) avrebbero turbato la regolare attività di corpi politici dello Stato con minacce, consistite nel prospettare l’organizzazione di stragi ed omicidi, in molti casi purtroppo realizzatisi, ai danni di esponenti politici e delle istituzioni per impedirne, o comunque turbarne, il regolare lavoro. Inoltre, gli esponenti mafiosi, tramite il politico Vito Ciancimino, prospettarono ad esponenti delle istituzioni una serie di richieste finalizzate ad ottenere grandi benefici in cambio della rinuncia alle stragi prospettate: tra queste, modifiche alla legislazione penale e processuale in materia di lotta alla criminalità organizzata ed il trattamento dei mafiosi già in stato di detenzione.

Il primo a cadere sotto i colpi della mafia, per dimostrare che non stavano scherzando, fu l’onorevole della DC Salvo Lima, nel marzo 1992.
I tre alti ufficiali dell’Arma avrebbero contattato, in riferimento alle richieste mafiose, naturalmente non su iniziativa propria, ma su incarico di alti esponenti governativi, Vito Ciancimino, legato a Cosa Nostra, che avrebbe fatto tra tramite tra i due mondi, aprendo un canale di comunicazione finalizzato a sollecitare le richieste mafiose per far così cessare la strategia di morte.
In seguito, avrebbero favorito lo sviluppo della trattativa tra Stato e Cosa Nostra, con rispettive rinunce, proprio come si fa in una negoziazione vera e propria, arrivando anche, secondo l’accusa, a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano, principale referente mafioso della trattativa.

Secondo diversi esperti storici, non bisogna comunque stupirsi di trattative tra Istituzioni democratiche e organizzazioni mafiose o criminali: in Italia, ma non solo, ci sarebbero sempre state. Un esempio storico riguarda lo sbarco dell’esercito americano in Sicilia durante la Seconda Guerra Mondiale, che venne, per così dire, “agevolato” dall’accordo dei servizi segreti statunitensi con il famoso boss italoamericano, di origine siciliana, Lucky Luciano. Ci saranno anche sempre state, ma la nausea nei confronti di queste trattative è tanta: come si fa a dire che lo si è fatto per tutelare le istituzioni stesse e la popolazione?
Scendendo a patti con i criminali non li si legittima come controparte e come potere altro agli occhi della popolazione stessa?
Tutto ciò è vergognoso ed inaccettabile e si spera che la sentenza venga confermata nei successivi gradi di giudizio, anche in onore di tutte quelle vittime innocenti delle mafie.

Ma manca un tassello importantissimo: chi sono i politici coinvolti che hanno dato l’impulso per cominciare la trattativa? Servirebbe una commissione d’inchiesta parlamentare, reale e che lavori davvero però, per accertare i mandanti della trattativa, giacché degli ufficiali dei Carabinieri non possono aver agito da soli, gente in giacca e cravatta, menti raffinatissime, ma con le mani sporche di sangue… Le tante vittime delle mafie lo esigono!

 

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