Martedì 14 agosto 2018. Arriva l’ennesima tragedia in Italia dovuta all’incuria ed alla mancata, o imperfetta, manutenzione delle opere pubbliche. Il viadotto sul Polcevera, per tutti diventato il ponte Morandi, è (era) ubicato tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano. “Tra” sembra proprio la preposizione giusta, anche se forse sarebbe più giusta “sui” per rappresentare al meglio come il ponte si innesta e si incastra nella città di Genova, adagiandosi sui palazzi. Una follia, resa necessaria dal progresso? Perché quando venne progettato dall’ingegner Riccardo Morandi negli anni ’60 del boom economico, i palazzi c’erano già! Quei palazzi che tutti noi, transitando sull’A10 verso il mare più vicino, abbiamo visto sotto le nostre ruote e, spesso attraversando la metropoli ligure, ai nostri lati. Chi di noi non ha mai criticato la bruttura di quei palazzi arroccati fino in cima ai colli, ripetendo le critiche ad ogni episodio di esondazione che vedevamo in tv? Perché ora la colpa del crollo che ha causato 43 vittime è sicuramente da ricercare nell’incuria e nell’avidità dell’uomo, ma il costruire quest’opera fondamentale per collegare il nord dell’Italia e per raggiungere il porto, l’aeroporto e le aree industriali letteralmente sopra a delle abitazioni è stata follia! Finito nel ’67, all’epoca sicuramente con molto meno traffico, ma per ovviare ai problemi di traffico stesso già esistente… Qualcuno in tv e sui giornali ha provato ad addossare la colpa del crollo al progettista stesso, una cosa che sembra perlomeno buffa cinquant’anni dopo, a meno di non voler sostenere la mia modesta tesi (che poi solo mia non è ovviamente) dell’assurdità di voler costruire un viadotto sopra le teste di molti genovesi, residenti ed operai.
D’altronde ora sono uscite fuori delle testimonianze proprio di Morandi che lamentava la carenza di manutenzione già negli anni ’70, sottolineando il potere corrosivo della salsedine e degli scarichi delle ciminiere. Altri affermarono già allora che l’utilizzo dei materiali scelti fu errato… Non sta a noi giudicare, non ne abbiamo neanche i mezzi: spetterà alla magistratura.
Ora è cominciato il teatrino tra il governo che vuole che sia la società Autostrade che gestisce il tratto in concessione a finanziare demolizione e ricostruzione del viadotto (oltre a risarcire i danni), lo stesso governo che vuole scegliere chi costruirà il nuovo viadotto e che, forse, vorrebbe nazionalizzare le autostrade, con l’Europa alla finestra inorridita.
Il governatore della Regione Liguria, Toti, assicura che entro un mese dall’inizio dei lavori tutto sarà demolito, compresi i palazzi su cui insisteva la costruzione, ed entro un anno la tratta sarò di nuovo percorribile, magari utilizzando il progetto donato dall’archistar Piano. Inoltre bisognerà trovare una sistemazione dignitosa alle decine di famiglie sfollate e risolvere i problemi di stop forzato delle attività, piccole e grandi, commerciali ed industriali. Nessuno però sembra porsi il problema di aver voluto costruire un viadotto sui tetti dei palazzi, dopo aver costruito palazzi ovunque… Continuiamo a sfidare la natura, pretendendo di dominarla, ma poi non siamo neanche in grado di fare una manutenzione adeguata e programmata, naturalmente per causa del profitto. E mentre scrivo questo sfogo, giunge notizia del crollo del tetto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, all’interno dei Fori Imperiali, restaurata da pochi anni: per fortuna chiusa nel momento del disastro, altrimenti saremmo ora a piangere altri morti, visto che questa chiesa è molto richiesta dai cittadini romani per celebrare i matrimoni.

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