Si apre la “176a Esposizione di Arti Figurative” presso la Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, la cui sede, palazzina in stile Liberty, fu progettata dall’ingegner Enrico Bonicelli in collaborazione con lo scultore Davide Calandra. L’edificio venne altresì decorato da Edoardo Rubino e Giulio Casanova; l’inaugurazione avvenne nel 1919. La mostra, allestita da Orietta Lorenzini, avvia la stagione artistica torinese ed offre la consueta ampia gamma di autori (quasi trecentocinquanta); la maggior parte delle opere è riprodotta nel catalogo, anticipata dalle prefazioni del Presidente della Società Giovanni Prelle Forneris, nonché del Vicepresidente Angelo Mistrangelo. In esposizione sono presenti sia creazioni d’importanti Maestri che ci hanno lasciato, sia lavori, multiformi per tecniche oppure per soggetti, realizzati da artisti contemporanei.

Sergio Vasco, nell’”Omaggio a Mantegna”, interpreta i panneggi del sudario di Cristo, accostato ad elementi attuali, mentre Claudio Giacone piega abilmente l’imprevedibile alle esigenze di “Luce e ombra”. Se Dora Paiano suggerisce all’osservatore sensazioni che evocano un paesaggio invernale, Brunella Bessi conduce lo spettatore attraverso indeterminati territori; Bruno Fusero scompone altresì le geometrie fiammeggianti dello spirito. Claudio Guasti dipinge serenamente l’amore verso la madre Terra; al contrario, Bartolomeo Delpero raffigura un castello isolato fra minacciose nubi. Domenico Coppola (Gigli) esprime il caos connaturato all’arte, ma la modella ritratta da Elda Mantovani si distende pacatamente; Roberta Capello combina invece pittura e fotografia quando rappresenta la figura femminile in svariate pose. Adelma Mapelli accompagna il visitatore lungo luminosi boschi innevati, campiti ad acquerello, tecnica a cui Anna Borgarelli s’affida nel delineare fiori e nature morte.

Nel dipinto di Gabriella Garlatti Costa una ragazza osserva la propria immagine, riflessa sul vetro in un soleggiato interno; diversamente, la “Musa della musica” di Doris Scaggion (Dorisca) appare sospesa tra la voce della natura e l’esteriorità “rock”. Stupiscono Alessio Scalerandi e la “furry art” (animali antropomorfi); sorprende Gianfranco Cagnolati: la giovane donna, figurata con vivace realismo, pare scrutare chi la guarda. Se Marisa Manis conferisce vibrante complessità al paesaggio invernale, Francesco Raga predilige raccontare, utilizzando immagini giustapposte, un’oscura storia; Maria Rizzo genera, viceversa, un “frizzante” Big Bang cromatico-geometrico. Carlo Alberto Rivetti sceglie animali ed oggetti fuori scala con l’intento d’inneggiare alla musica; parimenti allegra, Cristina Calderoni disegna un Le Corbusier giocoso, mentre Angela Ciotta evidenzia cromaticamente alcuni particolari, quando illustra un singolare personaggio in bianco e nero.

Margherita Cravero descrive, attraverso l’incisione, la cupa atmosfera d’una periferica stazione ferroviaria; differentemente, Fiorenzo Rota crea legami fra figurativo ed astratto. Le vele multicolori dipinte da Adriano Carpani coprono parzialmente la marmorea luna; Araldo Cavallera traccia “Velieri” per mezzo di suggestivi, essenziali contrasti d’inchiostro e Noemi Mischiatti Veronese s’ispira invece al placido scorrere del Po. Andrea Tulliach infine fissa sulla tela misurate scene urbane. Lo scultore Sergio Unia realizza una figura muliebre china, dalla complessa postura; laddove l’”Indossatrice”, che Claudia Sacerdote plasma, si caratterizza per il fiero portamento, la “Maternità” di Lisena Aresu si contraddistingue per l’estatica affettuosità. Anna Banfi modella altresì nella terracotta ritratti nitidamente espressivi ed infine Marcello Giovannone integra silhouettes umane con architetture. Una mostra anche legata al passato, seppur costantemente orientata al futuro.

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