A Torino, nel quartiere di San Salvario, esiste una via dedicata a Gaetano Donizetti.

Forse non tutti sanno che le lapidi toponomastiche indicanti il nome della strada presentano, accanto a una maggioranza di casi con la corretta grafia del cognome, alcuni esempi di quella erronea con la zeta raddoppiata (“Donizzetti”). E non ci si deve stupire che, ancor oggi, una persona che non si occupi quotidianamente di teatro d’opera debba controllare il web prima di scrivere correttamente il nome del compositore bergamasco, perché la questione si trascina da quando l’interessato era in vita.
Donizetti, sia pur tollerante nei confronti di chi gli raddoppiava la zeta, aveva ben presente quale fosse la grafia corretta del proprio cognome, come testimonia una lettera scritta nel 1836 e citata nel capitolo introduttivo del recente volume di Fulvio Stefano Lo Presti “A Donizetti basta una zeta” (Edizioni Kolbe, 2018).

Fulvio Stefano Lo Presti

Fulvio Stefano Lo Presti – collaboratore della Fondazione Donizetti di Bergamo e dirigente della Donizetti Society di Londra – è un personaggio cui è impossibile rimanere indifferenti: se lo si conosce, gli si diventa o amici o nemici; anche perché è lui stesso a provare simpatie o antipatie marcate per le persone che incontra, così come per gli argomenti che studia, le manifestazioni dell’arte, i protagonisti della scena politica, gli eventi che lo circondano, mosso da un temperamento sanguigno, per certi versi melodrammatico, che non gli permette di astenersi dal prendere posizione e dal manifestare il proprio pensiero.
Tra le sue viscerali passioni, oltre a Donizetti, ricordiamo i melodrammi dimenticati dell’Ottocento italiano, i libri di spiritualità cristiana e gli agnolotti alla piemontese (non tralascia di assaggiarli ogni volta che viene a Torino). Tra le cose che altrettanto visceralmente detesta, trovano posto Richard Wagner, il Teatro alla Scala, la Juventus e le persone che fanno sfoggio di una cultura superficiale e approssimativa credendosi dei soloni. Provate a sentenziare che “non vale la pena riscoprire le opere dimenticate, perché non sono belle”, e finirete nella sua lista nera senza possibilità di riscatto.

L’autore di queste righe, che ha avuto la fortuna di diventargli amico, ha trovato, sotto questa scorza un po’ ruvida e pittoresca, un uomo di profonda cultura e grande generosità, appassionato cultore delle arti e del melodramma in particolare (la musicologia non è mai stata la prima professione di Lo Presti, bensì la sua pervasiva passione), pronto a mettersi in gioco per ciò in cui crede.
La personalità di Lo Presti emerge con chiarezza sfogliando il suo nuovo volume, nel quale sono raccolti nove saggi, per lo più già pubblicati su riviste, miscellanee e programmi di sala: accanto al rigore dello studioso, che prima di scrivere si documenta accuratamente e riferisce le proprie fonti, traspare infatti sempre, in qualche misura, una certa vena polemica tipica dell’appassionato, che potrebbe suscitare perplessità a un accademico puro, ma costituisce quel “sale” della scrittura loprestiana che rende più scorrevole e simpatica la lettura delle sue pagine.
E tipicamente loprestiana è altresì la ricerca costante, nella scelta degli argomenti e nella loro trattazione, dell’aspetto inconsueto e curioso che sa accattivare il lettore oltre che recare un importante contributo alla ricerca.
Assai preziosa, ad esempio, è la trascrizione del libretto dell’Ange de Nisida, opera che Donizetti compose nel 1839 a Parigi ma non vide mai la luce delle scene.
Pubblicato per la prima volta proprio da Lo Presti nel 2002, oggi il testo torna più che mai utile, poiché la partitura donizettiana è stata ricostruita e finalmente eseguita a Londra nel luglio scorso.

Gaetano Donizetti

Il saggio sulla “Lettera sconosciuta di Verdi”, o quello sulla “Fraterna inimicizia di Vincenzo [Bellini] per Gaetano [Donizetti]”, invece, fanno luce sui retroscena, ignoti ai più, che sono sottesi alla creazione di molti capolavori dell’arte.
Insomma, leggere “A Donizetti basta una zeta” consente di illuminare anfratti meno noti del percorso creativo dell’operista bergamasco e del mondo che lo circondava, e al contempo di far conoscenza con un suo studioso un po’ anomalo, forse, ma molto competente e appassionato. Ed è una lettura che si consiglia a tutti gli amanti di Donizetti, magari in attesa del festival che, come ogni anno, si terrà a Bergamo alla fine di questo mese (20 novembre-2 dicembre). L’edizione 2018 vedrà l’allestimento di un’opera bicentenaria (Enrico di Borgogna, titolo semiserio con cui Donizetti esordì sulle scene nel 1818) e del Castello di Kenilworth (1829), primo lavoro donizettiano ispirato alle vicende della dinastia inglese dei Tudor, che gli avrebbero fornito il soggetto per successivi e più celebri titoli.
Due opere rare e curiose, come si addice a un festival, che ben si sposano con lo spirito del nuovo volume di Fulvio Stefano Lo Presti.


QUESTO MESE AL BOTTEGHINO…

Unione Musicale: Al Conservatorio, il 5-6 dicembre, due serate del Quartetto Casals che prosegue l’integrale dei Quartetti di Beethoven, alternandoli a composizioni contemporanee. Il 12 dicembre recital del pianista Andrea Lucchesini, che interpreta la Sonata op. 42 di Schubert e Kreisleriana di Schumann.

Filarmonica: il 4 dicembre il maestro Sergio Lamberto e il violinista Marco Rizzi propongono il raro Concerto in re maggiore per violino e orchestra di Marius Casadesus accanto a celebri pagine di Mozart e Haydn.

Accademia Stefano Tempia: inaugurazione il 19 novembre al Conservatorio con la pièce La consacrazione della casa (musiche di scena di Beethoven), con Coro e Orchestra dell’Accademia, Corale Goitre, Alejandra Flores (soprano), Vladimir Jurlin (basso), Elena Canone e Mario Brusa (voci recitanti).

Educatorio della Provvidenza: la stagione di Aurore Musicali si conclude con due “opere in 90 minuti”: il 26 novembre Il Guarany di Gomes, il 10 dicembre Ernani di Verdi.

Orchestra Rai: il 29-30 novembre Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Brahms (solista Francesco Piemontesi) e Sinfonia n. 7 di Dvorak; direttore Pietari Inkinen. Il 6-7 dicembre Ottavio Dantone (direttore e clavicembalo) propone tre classici del sinfonismo: “Le matin” di Haydn, “Praga” di Mozart e “Renana” di Schumann.

Concerti Lingotto: il 30 novembre è ospite la Mahler Chamber Orchestra, diretta da Pekka Kuusisto (anche violino); musiche di Ravel, Cajkovskij (Concerto per violino e orchestra) e Beethoven (Sinfonia n.7). L’11 dicembre l’ensemble Forma Antiqua propone Le quattro stagioni di Vivaldi, insieme a pagine di Handel e Britten.

Teatro Regio: fino al 24 novembre L’elisir d’amore di Donizetti, con Lavinia Bini, Giorgio Berrugi, Roberto de Candia, Julian Kim (cui si alternano Lucrezia Drei, Santiago Ballerini, Simon Orfila, Enrico Marrucci), direttore Michele Gamba, regia di Fabio Sparvoli.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here