Il mondo di Naz

Forse perché il problema del lavoro oggi è così pressante, mi è sembrato interessante sentire il parere di uno dei protagonisti della mostra “Scuola Mosaicisti del Friuli e Mosaicisti friulani in Torino” che si aprirà al pubblico tra il 24 novembre e il 2 dicembre al Fogolar di Torino. Le mie domande erano dirette e semplici:

1)Qual è l’attuale richiesta di mosaici, e da quali committenti?

2)Può essere ancora uno sbocco professionale per i giovani?

Le risposte di Giovanni Barzan sono state altrettanto esplicite e chiare. E invece di riassumere ve le propongo direttamente!

“Mandi Nazarena!

Riguardo alle sue domande, rispondo volentieri, premettendo che quello che può apparire come uno sfogo, non è altro che la cronaca di una situazione. Andando per ordine.

1) L’attuale richiesta di mosaici è praticamente nulla. Il mosaico ha sempre vissuto alti e bassi (c’è chi lo definiva un “fenomeno carsico”), ma comunque qualcosa si è sempre fatto. La crisi del 2008, di cui ormai “festeggiamo” il decennale, ha invece dato una botta pesantissima non solo al mosaico, ma anche a tutte le altre forme di artigianato artistico (vetro artistico, ferro battuto, ceramica, oreficeria, ecc.). Di questo sono stato testimone privilegiato. Ho infatti ricoperto incarichi di segreteria per alcuni anni nel comparto dell’artigianato artistico piemontese nel CNA, e sono stato estensore del disciplinare della decorazione su manufatti diversi  chiamato, in qualità di rappresentante degli artigiani, anche ad attribuire ai colleghi il marchio dell’Eccellenza Artigiana piemontese.

Noi dell’artigianato artistico abbiamo risentito prima di altri della crisi: non producendo oggetti indispensabili, i nostri tavoli si riempivano di preventivi che non andavano a buon fine, fino a scomparire quasi del tutto. Questo allarme lo abbiamo trasmesso oltre che ai nostri dirigenti nazionali, anche agli Enti locali, che prima ci hanno trattati come i soliti “artigiani lamentosi”, poi con indifferenza, quindi con una certa ostilità, perché mettevamo dita su piaghe che non era il caso di toccare. Risultato: sono uscito dal CNA (così come un sacco di colleghi hanno fatto con altre associazioni di categoria, i cui quadri erano più preoccupati di garantirsi la propria autoreferenzialità che di agire per contenere i danni). Le cose, su questo fronte, non sembrano migliorare, anzi…

La grande atomizzazione delle imprese artigiane in Italia (che per certi versi è un’enorme ricchezza) non ha favorito la costruzione di strategie di intervento comune. L’unico comparto che non solo ha cavalcato la crisi e si è saputo organizzare, ma che anzi  (grazie anche all’interesse smodato dei media) è ancora in costante crescita nonostante la crisi è quello agroalimentare (pensi al pullulare di fiere e fierette, dalla cipolla al gnocco fritto!), con tutte le sue sfumature (Slowfood, Eataly, ecc.). D’altronde, si sa, la “panza” è consolatoria!

Abito a Venaria e, vent’anni fa, pensando a quanto poteva rappresentare la Reggia per il territorio, ho giocato le mie carte anche su questo versante, spostando qui il mio laboratorio nel 2007 e chiudendolo dopo tre anni di scarsa attività. La speranza era che la Reggia e la Scuola di restauro generassero “indotto”, ma l’unica cosa che ha creato finora è l’apertura di una dozzina di localini nella via pedonale che porta alla Reggia. Le risparmio le vicende con cui la Regione e la stessa Fondazione San Paolo hanno prodotto dei piccoli ammiccamenti verso il mondo del design e dell’artigianato di qualità, più per dovere che per volere.

Tornando al mosaico, la mia committenza (ho cominciato col papà nel 1981) era rappresentata per un buon 50% dai parroci intenzionati a decorare la propria chiesa (in facciata, sugli altari, ecc.). Questi parroci erano personaggi di altri tempi che dimostravano nei fatti l’attaccamento non solo alla propria comunità pastorale, ma anche all’edificio che la ospitava. Tenevano insomma molto a tenere in efficienza e a rendere accogliente la propria chiesa. Non era mai facile, da parte loro, trovare i benefattori che contribuissero a mantenere in efficienza l’edificio o, addirittura, a renderlo più gradevole esteticamente, però ci riuscivano abbastanza. Il clima culturale e la congiuntura economica favorivano…

Cambiando la generazione di parroci, considerando problemi molto seri in cui versa la Curia (crisi delle vocazioni su tutti), aggiungendo le priorità che la crisi ha cambiato (p.es. “prima si aggiusta il tetto, poi se avanzano soldi, si fanno anche le cose meno necessarie”), questo tipo di committenza è scomparsa, anche per quanto riguarda la semplice manutenzione di opere non recenti.

L’obiezione che in molti mi hanno fatto, negli anni, suonava sempre più o meno così: ma se tu fai un lavoro di nicchia, ti rivolgerai a un certo tipo di clientela, che la disponibilità economica non vede come un problema, no? Certo. Il mosaico costa più di una piastrella ma, innanzitutto, si deve sapere che c’è!  È infatti sempre più rara (non è mai stata una coscienza diffusa, quella del mosaico… Io stesso, quando mi sono laureato in architettura, sono stato praticamente obbligato a fare una tesi sul mosaico dal mio relatore perché, secondo lui, il mosaico era un illustre sconosciuto anche dai suoi colleghi del Politecnico!) la semplice informazione sull’esistenza della possibilità di fare mosaico, nonostante la rete, o le TIC, anche fra gli addetti ai lavori. Professionisti, artisti e designer non conoscono neanche superficialmente questa tecnologia, salvo poi stupirsi della sua bellezza, durevolezza, praticità dopo una visita a Ravenna o in altri luoghi deputati. Inoltre è senz’altro più “trendy” vantarsi con amici e parenti di possedere una Jacuzzi piuttosto che un mosaico, no?  Esiste quindi un buco informativo/formativo che pochissimi si sognano di riempire.

Per quanto mi riguarda, il verbo del mosaico, non riuscendo a produrlo, lo diffondo andando ad insegnare come si fa, presso la scuola Edile di Cuneo (a quella di Torino il mosaico non sembra interessare) e presso la Scuola Orafi qui a Torino, dove insegno micromosaico. Quindi, non riuscendo  più a vendere mosaici, vendo il mio “saper-fare”.

2) Quindi, per rispondere alla sua seconda domanda, quando i ragazzi che si appassionano a quest’arte mi chiedono se possano o meno farne una ragione di esistenza professionale, sono molto cauto nelle risposte e cerco di non alimentare illusioni. La stessa scuola di Spilimbergo è frequentata, per più della metà, da allievi che arrivano da ogni parte del mondo. Peccato, però, che i ragazzi stranieri tornano a casa in situazioni in cui le loro competenze vengono apprezzate e premiate, per il solo fatto di aver imparato in Italia una tecnica tanto singolare quanto affascinante, mentre i ragazzi italiani devono fare veramente troppi sacrifici per poter coltivare la loro passione, a meno di avere le spalle coperte dalla propria famiglia, che gli permette questo “lusso”.

La situazione è un po’ diversa nelle due realtà musive d’Italia, Ravenna e Spilimbergo, dove dopo una selezione abbastanza crudele, qualche giovane riesce a fare del mosaico la propria professione. I giri sono, però, ovviamente molto chiusi, non essendoci un’abbondanza di committenze tale da far lavorare tutti.
C’è poi un tipico atteggiamento di riservatezza friulano, che ho sperimentato a mie spese quando ho cercato collaborazione ed aiuto dai corregionali, che non è entusiasticamente rivolto ad iniziative che riguardino la categoria, anzi direi che è persino difficile immaginarci come “categoria”, vivendo ciascuno nel bozzolo della propria bottega. L’unica cura, dopo lunga riflessione, sarebbe  a mio avviso, quella di incentivare da una parte la formazione e l’informazione in tutte le sue forme (io ho condotto splendide esperienze formative dalle scuole elementari fino a corsi all’interno delle carceri, che però, non hanno lasciato scie) in modo però strategico e non episodico, sull’esempio dell’agroalimentare; dall’altra, esercitare pressione a livello politico sul maggiore interesse che dovrebbero avere le istituzioni per il nostro saper fare, che ci rende unici, ma dobbiamo fare i conti con programmi elettorali che non dedicano una frase né all’artigianato, né, più in generale alla cultura, all’arte o alla formazione culturale.

Se fossi un giovane, insomma, e mi piacesse il mosaico in modo esagerato, andrei a Spilimbergo ad impararlo e poi metterei in conto di muovermi, per andare in un Paese che sappia apprezzarlo.

Spero di aver risposto alle sue domande, così come spero di vederla di persona in occasione di questa mostra, all’allestimento della quale partecipo volentieri sia per stima ed affetto nei confronti di Alfredo Norio, sia per rendere merito a mio padre e ai mosaicisti che, come lui, non hanno avuto i giusti riconoscimenti per le cose belle che hanno fatto in vita.

Mandi!

Suo, Giovanni Barzan”

 

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