La moda è tiranna in tutto, anche nella musica. Si può dire che ogni nuova generazione imponga modelli, canoni e schemi sempre nuovi e diversi, per cui trovare un tema strumentale o cantabile che superi indenne i secoli, che venga sempre ripetuto e citato senza venire a noia o finire sopraffatto dal nuovo in arrivo, è cosa ardua.

Tuttavia uno c’è, ed è la celebre aria di danza di origine portoghese denominata “la follia”, che dal XV secolo (o forse prima) fino ad oggi non ha ancora smesso di stupirci.

Tanta persistenza sta nelle caratteristiche stesse del materiale: una incisiva progressione armonica sopra cui si adagia un tema melodico che gli esecutori erano liberi di improvvisare e variare. Anticamente pare che questo tema popolare avesse un andamento più rapido e brillante (il termine “folia” in portoghese indica letteralmente baldoria, sfrenatezza) ma poi si fissò su quello di una sarabanda in 3/4, struttura semplice, ma ricca di possibilità espressive.

Uno dei primi ad occuparsene nell’ambito della musica “alta”, cioè di corte, fu all’inizio del ‘500 Juan del Encina, seguito da Diego Ortiz e Antonio de Cabezón, tutti musicisti di area spagnola che contribuirono a confermare le origini iberiche del tema. Ma anche in Francia, Italia e Inghilterra quello stesso tema era utilizzato e variato con richiami alla melodia originale, ma via via schematizzandola fino a farla diventare una progressione accordale (cioè che ripeteva una stessa formula partendo da note diverse). Sempre più affine ai modelli della “passacaglia” o “ciaccona”, il tema della follia acquisì stabilmente la tonalità di re minore e il primo a farne uso in modo colto fu il compositore italo-francese Lully, che lo inserì col nome di “Folies d’Espagne” nelle marce destinate all’uso della Grande Écurie, la banda militare del Re Sole. In Francia se ne occuparono anche Marin Marais e François Couperin. Ma tra le versioni più riuscite di tutti i tempi spicca quella di Arcangelo Corelli, a fine ‘600, che si basò sul fiero tema iberico per creare una serie di variazioni che restano fra i suoi massimi vertici espressivi. Direttamente sul solco corelliano una bella e importante versione la scrisse Antonio Vivaldi nel 1705, mentre altre “follie” significative si devono a compositori del calibro di A. Scarlatti, Cazzati, Caldara, Vitali, Geminiani. In tutte è il concetto di “variazione” ad imporsi, col timbro svettante del violino sempre  virtuosisticamente alto sulle parti. Persino Johann Sebastian Bach non seppe sottrarsi al fascino del tema e lo inserì nella Cantata dei Contadini BWV 212; finchè Georg Friedrich Haendel, nel suo periodo italiano, soggiacque al noto incantesimo e ne trasse una superba “sarabanda” per clavicembalo solo (alcuni ricorderanno questo pezzo nella trascrizione per archi destinata ad accompagnare il film “Barry Lindon” di Kubrick: l’arrangiamento novecentesco era di Leonard Rosemann, allievo, nientemeno, che di Schoenberg).

Per anni, per secoli, fu una vera ubriacatura. Il tema, o i suoi travestimenti e reminiscenze, colpì a turno tutti i compositori. Vinti dal suo mistero essi non mancarono di confrontarsi, sfidarsi, elaborare variazioni sempre più accattivanti e inattese. All’inizio dell ‘800, col Romanticismo già alle porte, Antonio Salieri si dedicò come ultima sua fatica a un lavoro appassionato e travolgente, le “25 variazioni sulla Follia spagnola”, per esplorare le possibilità timbriche di un’orchestra moderna.
Il grande chitarrista Mauro Giuliani non rinunciò a darne un’ulteriore versione, rielaborando il tema in modo severo e asciutto. Nel 1863 Franz Liszt con la sua “Rapsodia Spagnola” aprì all’antico tema nuove dimensioni spaziali indirizzate verso il secolo XX e verso il gusto tutto novecentesco per l’analisi filologica ed il recupero del popolare. Fra i tanti esempi cito quello dello spagnolo Manuel Ponce, che nel 1930 fornì un apporto sfarzoso di variazioni per chitarra; o del compositore russo Sergej Rachmaninov, che con le sue impressionanti “variazioni su un tema di Corelli” volle richiamarsi all’idea originaria per sondarne i limiti e alimentare ogni sua possibilità espressiva. In giorni ancora più recenti il compositore Vangelis lo ha inserito con buoni effetti nel film “1492: la conquista del paradiso”.

E’ quasi impossibile risalire a tutti i musicisti che ne hanno fatto uso in quasi mezzo millennio: sembra siano stati più di centosessanta, e siccome c’è chi si è preso la briga di contarli possiamo crederci! 

Ma la storia della “follia” non è ancora finita. Assumendo le visioni proprie a ciascuna epoca, anche nella nostra essa continua a sfoggiare una illimitata, proteiforme capacità di rigenerarsi.

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