FortissimaMenteI più recenti studi che abbiamo a disposizione ci dicono che vivere in città è stressante, tanto da innalzare la probabilità di sviluppare dei disturbi psicologici. Già gli antichi romani erano consapevoli che la vita a Roma fosse più faticosa che in campagna perché il riposo notturno era troppo disturbato dal rumore.
Un tempo le condizioni igieniche delle città erano peggiori di quelle delle campagne: non vi era sufficiente approvvigionamento di acqua, le fogne erano pressoché inesistenti, i trasporti non riuscivano a soddisfare le richieste di una popolazione in continuo aumento. Inoltre la criminalità era più elevata rispetto alla campagna. Tutto questo provocava una mortalità infantile più alta, un’alimentazione peggiore e maggiore rischio di epidemie ed incendi.

Attualmente la metà della popolazione mondiale vive in città. Per ora le metropoli che hanno superato i 20 milioni di abitanti sono Pechino e Città del Messico, ma presto altre città come Shanghai e Istanbul raggiungeranno queste proporzioni. Per fortuna al giorno d’oggi la vita in città è molto più sana rispetto ad un tempo, ad esempio si mangia meglio e la pulizia è maggiore.

Purtroppo questo discorso non vale per lo stress: sembrerebbe che vivere in stretto contatto con tante persone lasci delle conseguenze nella nostra mente.
Per parlare di numeri, gli studi ci dicono che chi vive in città ha il 40 per cento in più di probabilità di sviluppare la depressione, ed il 20 per cento in più di avere ansia. Addirittura un disturbo mentale grave come la schizofrenia potrebbe avere una probabilità doppia di svilupparsi in persone che hanno trascorso almeno la prima infanzia in città.
Una volta avuti a disposizione questi allarmanti dati, ci si è chiesti quale fosse la spiegazione.
Gli scienziati hanno notato che le risposte allo stress erano molto differenti in persone che vivevano in piccoli centri oppure in grandi città. Gli abitanti delle grandi città tendono infatti, quando devono affrontare dei compiti impegnativi, a reagire in modo più marcato allo stress. In conclusione, gli esperimenti ci confermano che le persone che vivono in città sono più sensibili alle situazioni di stress e tendono a reagire con maggiore impulsività.

Leggendo questa prima parte dell’articolo si potrebbe pensare che le persone che vivono in città (la maggior parte ormai) non abbia molte speranze di trovare serenità. In realtà non sembrerebbe proprio così perché numerosi studi sostengono che sia possibile proteggersi dalla maggiore probabilità di sviluppare disturbi psichici grazie ai legami sociali. Per questo motivo le grandi città dovrebbero offrire occasioni di incontro ai suoi abitanti.

Sembra che a far ammalare le persone sia una combinazione tra la densità di popolazione e l’isolamento sociale: il vivere in posti affollati e sperimentare la difficoltà ad avere dei veri amici oppure momenti per poterli incontrare farebbe cadere le persone nello sconforto. È quindi a maggiore rischio di depressione chi vive in un grattacielo e ogni giorno viaggia nella metropolitana affollata ma non ha la possibilità di godere della compagnia sincera di qualcuno. È questo uno dei motivi che potrebbe spiegare come mai gli immigrati soffrano maggiormente di disturbi psichici: essi vanno a vivere nelle grandi città perché offrono più possibilità di lavoro, ma allo stesso tempo patiscono l’isolamento legato all’appartenere ad una minoranza etnica.

Una ricerca condotta a Londra circa 15 anni fa dimostrava che gli immigrati che vivevano in quartieri con maggiore varietà etnica si ammalavano meno dal punto di vista psicologico proprio perché erano meno isolati, rispetto a quelli che vivevano in quartieri abitati quasi esclusivamente da londinesi.

Gli urbanisti, quando pianificano la costruzione di una città, dovrebbero quindi tenere presenti quei fattori che garantiscono un benessere psichico ai cittadini, dando grande rilevanza agli spazi per i contatti sociali.
Un esempio di pianificazione errata è stato il complesso residenziale di Pruitt-Igoe a San Louis, negli Stati Uniti. Esso è stato costruito negli anni ’50 ma è stato demolito nel 1972, meno di 20 anni dopo la sua costruzione. Era stato completamente abbandonato dai suoi abitanti e vi dilagavano ormai solo gang criminali che facevano atti di vandalismo.
Questo quartiere era stato progettato da degli architetti su un territorio dove prima esisteva una baraccopoli.
La baraccopoli era stata distrutta per lasciare posto a grandi edifici, solidi e funzionali, eccellenti dal punto di vista igienico. Purtroppo questi architetti non avevano assolutamente pensato a garantire degli spazi di ritrovo, non avevano addirittura realizzato un parco giochi per i bambini.
In questo luogo nuovissimo una vita serena era impossibile, e gli abitanti a poco a poco se ne andarono, lasciando il quartiere nel totale degrado, fino a renderne necessaria la demolizione.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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