Scuola di mosaico di Spilimbergo

 

Tornata sognante e rilassata dalla Costa Azzurra, avrei voluto parlarvi del sentiero sul mare dedicato a Le Corbusier, dei pettegolezzi sui miliardari nascosti nelle ville inaccessibili, ma tornare in città, fa prendere ai pensieri  e alla curiosità altri sentieri, meno romantici ma non per questo meno affascinanti. E questa volta forse riesco a giocare d’anticipo, cosa che non sempre è possibile scrivendo su un mensile.
Dal 24 novembre al 2 dicembre 2018, nei locali dell’Associazione Fogolar Furlan di Torino che festeggia  il 60° anniversario della fondazione, potremo visitare una mostra dedicata al mosaico.

Sarà Il dott. Stefano Lovison attuale presidente della Scuola Mosaicisti del Friuli attiva a Spilimbergo (PN) fin dal 1922,  insieme agli organizzatori  del Fogolar di Torino Enzo Braida e Alfredo Norio, ad inaugurare la mostra: dodici opere realizzate da artisti affermati e allievi della Scuola friulana, accanto ad altre quattro realizzate a Torino dagli artisti friulani Mario e Giovanni Barzan. La scuola è stata fondata nel primo dopoguerra per offrire opportunità di studio e di lavoro ai giovani, su iniziativa di Lodovico Zanini e di Ezio Cantarutti (Sindaco di Spilimbergo).

La storia del mosaico è molto antica e conosciamo probabilmente tutti le opere musive più famose degli itinerari turistici come quelle di San Marco a Venezia, di Aquileia, di Sant’Apollinare a Ravenna o quelle siciliane di Monreale e i mosaici delle ville romane, di Pompei. Un’attività nata con l’uomo: immagino i bambini del neolitico giocare con pietre colorate, messe insieme a creare un disegno e i loro padri infilare pietre nei terreni fangosi per renderli agibili al transito dei primi carri. E più tardi la ricerca della bellezza, a mano a mano che la sopravvivenza diventava sicura e restava qualche momento per le prime forme d’arte.  I Sumeri già nel 3000 a.C. ornavano i muri con piastrelle colorate, decoravano vasi e altre suppellettili con tasselli di madreperla, lapislazzuli e terracotta. Ricordiamo il più antico:  lo “stendardo di Ur”, un mosaico portatile decorato con intarsi marmorei, lapislazzuli, conchiglie e calcare rosso. Anche in Egitto troviamo mosaici di cunei d’argilla risalenti al III millennio a.C. e composizioni di pietre dure, pietre preziose e vetro decoravano i sarcofagi dei faraoni. Che dire poi della bellezza dei mosaici islamici in Sicilia! La cosa sorprendente è proprio la durata nel tempo, dovuta ai robusti materiali utilizzati e ai loro preziosi colori naturali; là dove l’affresco facilmente si deteriorava per l’umidità, veniva usato il mosaico. Unico inconveniente anche allora, il costo. Nel 1727 venne istituito lo Studio del Mosaico Vaticano, che promosse la produzione delle paste vitree, per  diminuire i costi e fare concorrenza a Venezia: Alessio Mattioli nel 1731 arrivò a 15.300 tinte e oggi sono ben 28.000. I risultati più significativi si ebbero nella produzione dello smalto, con la filatura della pasta di vetro in bacchette per ottenere tessere talvolta inferiori al millimetro, con colori sfumati, dette “malmischiati”. Nascevano i “mosaici minuti”, per imitare e sostituire opere pittoriche, con grande raffinatezza e virtuosismo. Il Ghirlandaio considerava il mosaico come “vera pittura per l’eternità” e il Vasari lodò i mosaicisti che imitano la pittura al punto di ingannare lo spettatore. Molti sono i pittori anche moderni la cui opera è stata resa eterna dal mosaico! E pensiamo a Gaudì e al suo modo così strano di utilizzare il mosaico, chiamato con un termine tutto nuovo “trecandìs”, per cui viene utilizzato materiale di scarto di vasi e piastrelle, frammenti di piatti e tazzine sulla  superficie tridimensionale degli edifici, per ottenere il massimo effetto di luminosità al passaggio della luce sulla composizione.

Tornando al Fogolar Furlan, oggi sito in c. Francia, 275b, in un vasto e bellissimo locale con sala da ballo, biblioteca, cortile e pergolato, non è la prima volta che si parla di mosaico, proprio perché gli emigrati friulani spesso venivano da botteghe o da scuole in cui quest’arte veniva coltivata con passione e la portarono in Piemonte. Nei locali del Fogolar, per il 40° anniversario della fondazione, già nel 1998 era stata allestita una mostra  di G. Barzan e V. Crovato, giovani mosaicisti operanti in Piemonte. Giovanni Barzan, figlio d’arte, titolare di una ditta a Venaria di alta eccellenza nel campo musivo, oggi è docente presso la Scuola Edile di Cuneo e la scuola orafi di Torino ed è stato per diverso tempo chiamato ad attribuire ai colleghi il marchio di Eccellenza Artigiana piemontese. Avremo il piacere di vederne alcune creazioni.

Anche in via Balme, 32 in pieno Museo di Arte Urbana è nato  nel 2012 un piccolo laboratorio di mosaico tenuto da Giada Salice, formatasi alla scuola di Spilimbergo e organizzatrice di workshop di mosaico per adulti e bambini. Un ritorno del mosaico? Perché no? In un periodo in cui l’arte sembra inseguire il deteriorabile e spesso il brutto, sarebbe cosa bella e giusta!

Mosaico della metropolitana

Il Fogolar Furlan, insignito nel 2013 del prestigioso premio torinese  “San Giovanni”, vuole racchiudere in questo evento la memoria di una storia di lavoro, coraggio e gioia di conservare le proprie tradizioni sia pur aperte a quelle della terra che ci ha accolti, con lo stimolo ad andare verso un nuovo rinascimento che valorizzi le mani che sanno operare in modo eccellente per dare vita a quella bellezza che continuiamo a sperare “ci salverà”, come grida dal 2004 l’opera “Saetta iridescente” nella stazione della metropolitana del Trade Center al Ground Zero di New York,  opera musiva realizzata appunto dai mosaicisti della Scuola di Spilimbergo.

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