Noi torinesi possiamo vantarci di essere possessori di uno dei tesori più rilevanti della storia della musica. Parlo del Fondo di manoscritti vivaldiani Foà-Giordano, conservato presso la Biblioteca Universitaria Nazionale.

Sarà forse utile ripercorrere la storia un po’ rocambolesca che ha portato questa cospicua raccolta fin sulle rive del Po: un “approdo inaspettato”, come fu giustamente detto, visto che nella biografia di Vivaldi Torino non fu una città particolarmente significativa, dato che vi soggiornò solo un paio di settimane quand’era molto giovane.

Tutto ebbe inizio nella notte del 28 luglio 1741 quando il sessantatreenne compositore morì a Vienna dopo un anno di duri stenti in cui aveva cercato invano di risollevare le sorti della sua carriera. Morto pressochè in miseria, i suoi eredi, in particolare il fratello Francesco, per pagare le spese e i debiti ne misero in vendita le povere cose e gli incartamenti, nella fattispecie decine di migliaia di fogli manoscritti. Su quel ricchissimo archivio pose gli occhi un amante di musica e collezionista, il senatore veneziano Jacopo Soranzo, che lo acquistò in blocco. Riordinati i manoscritti, si pensa a sua cura, essi giunsero a formare la bellezza di 27 grossi tomi.

Ma alla morte del Soranzo la sua intera biblioteca fu divisa fra i vari rami della famiglia e messa in vendita. La parte includente i testi vivaldiani se l’aggiudicò l’abate Matteo Luigi Canonici, che però, più interessato alla letteratura che alla musica, la cedette poi al conte genovese Giacomo Durazzo († 1794), raffinatissimo intenditore di musica e ambasciatore presso la Serenissima. Da Vienna  a Venezia, da Venezia a Genova, l’incartamento viaggiò e, come si vedrà, continuò a viaggiare: ma nel frattempo essendo il nome del compositore pressochè caduto nell’oblio, l’interesse per lui scemò, e l’archivio musicale vivaldiano sparì letteralmente dalla circolazione.

Salvo poi riapparire, come un fiume carsico, più di 120 anni dopo a Borgo San Martino, un piccolo paese vicino a Casale Monferrato.

Come era finito lì? Si dà il caso che il rettore del locale collegio salesiano, avendo bisogno di liquido, decidesse di porre in vendita  la ricca biblioteca del collegio (che, si noti, era appartenuta a un discendente del conte Durazzo) e nel 1926, avendo un acquirente, pregò la Biblioteca Nazionale di Torino di fare una stima del materiale. Fu così che si scoprì il “tesoro” nascosto. All’esaminatore Luigi Torri non sfuggì l’importanza della raccolta (dopo il lungo offuscamento, proprio in quegli  anni il nome di Vivaldi stava ritornando alla grande) per cui incaricò l’amico Alberto Gentili, primo docente di Storia della Musica a Torino, di confermare l’autenticità del materiale e di trovare i fondi necessari a bloccare la vendita e assicurare il tutto alla Biblioteca Nazionale. Gentili ci riuscì con l’aiuto di Roberto Foà, membro come lui della comunità ebraica locale, il quale mise a disposizione una somma considerevole, solo chiedendo che il fondo fosse intestato alla memoria di un suo figlio morto bambino.

Però, lavorando sui manoscritti, Gentili si era accorto che mancavano dei tomi, che la numerazione era saltuaria. Si diede quindi da fare per recuperare l’altra metà, e dopo lunghe ricerche la trovò a Genova presso un ulteriore membro della famiglia dei conti Durazzo. L’intricata trattativa si risolse felicemente con l’aiuto finanziario di un altro industriale, Filippo Giordano, che l’acquisì, per cui l’intero archivio riunificato col nome di “Fondo Foà-Giordano” potè essere donato alla Biblioteca Universitaria della città di Torino. Solo pochi anni dopo la positiva conclusione di questa vicenda, il regista del ritrovamento Alberto Gentili, che aveva cominciato a catalogare, registrare e studiare l’immenso materiale, per tutto ringraziamento venne espulso (1938) dall’Ateneo torinese a seguito delle leggi razziali.

E’ difficile sopportare l’amaro di questo finale; ma possiamo farlo se andiamo ad ammirare presso la Biblioteca Nazionale quest’incredibile raccolta di belle pagine autografe, alcune eleganti, forse per essere mostrate ai nobili committenti, e altre frettolose, a testimonianza della vena impellente che aggrediva il “prete rosso” quando componeva. Vi sono rappresentati tutti i generi da lui toccati, opere teatrali, serenate, cantate, composizioni vocali sia sacre che profane, oltre a un’enormità di brani strumentali che testimoniano l’esistenza di concerti fin qui sconosciuti. Oggi la città di Torino è conosciuta in tutto il mondo come “la casa di Vivaldi”. Siamo ricchi! E lo siamo perché un gruppo di persone risolute e coraggiose seppe serbare tutto questo per noi.

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