Li Cunti di VittorioArmenzio: “Ecco l’alba che spunta, ecco del Sole /I primi rai splendenti./ Che indorando le cime agli alti monti,/ e rendendo di gioie il mondo adorno./Nunzi a noi del già risorto giorno/Anzi, ecco il Sole istesso./ Benché tra nubi ascoso/ Con volto luminoso,/ che l’ombra fuga e dissipa le nebbie,/ Ad onta di stagion rigida e fiera,/ Per darci un chiaro e lucido mattino:/ E tu dormi, Benino.”

Questi sono i versi con cui inizia “La Cantata dei Pastori”, scritta dal palermitano Ruggiero Ugone Casimiro, alias Andrea Perrucci. Questi nacque a Palermo nel 1651 e morì a Napoli nel 1704.

E’ l’opera teatrale natalizia napoletana più importante. Narra la vicenda di Giuseppe e Maria che sono in viaggio verso Betlemme ai tempi del censimento dell’imperatore Ottaviano e che i demoni tentano in tutti i modi di ostacolare.
Questa piece è tuttora rappresentata nell’area napoletana. Un cartellone che dura da 350 anni.
E non mostra crepe.

Ma andiamo con ordine.

Dai versi riportati si comprende che l’opera nasce negli ambienti colti e raffinati del 1600 ( la prima rappresentazione è del 1699) influenzati dalla cultura dell’accademia dell’ Arcadia. Fu commissionata dai Gesuiti al Perrucci per distogliere i napoletani dagli spettacoli blasfemi, che si davano nel periodo natalizio, e riportarli in chiesa. Siamo in piena controriforma.

L’opera ruota intorno alla tresca che i demoni mettono in atto per impedire la nascita del Bambin Gesù. Infatti l’inizio è preceduto da un prologo in cui i diavoli discutono come ordire il complotto, ed ostacolare il viaggio della sacra coppia verso Betlemme in aiuto della quale, puntualmente, scende in campo l’Arcangelo Gabriele: si tratta, quindi dell’arcana lotta tra il bene ed il male.

La Cantata dei Pastori è popolata da numerosi personaggi, oltre a Giuseppe e Maria ci sono i demoni Belfegor, Pluto, Asmodeo, Astarotte, Belzebù. C’è poi l’Arcangelo Gabriele ed il coro degli angeli. Ed ancora: Armenzio l’anziano pastore padre di Cidonio il cacciatore, Ruscellio il pescatore ed il pastorello bifolchetto Benino che dovrebbe aiutare suo padre Armenzio nella cura delle greggi.

La figura di Benino è molto importate e iconograficamente complessa poiché passa nel presepe napoletano come il fanciullo dormiente: colui che deve essere risvegliato alla conoscenza e recuperato alla salvezza (c’è anche il dormiente adulto che ha un significato completamente diverso).
I nomi di questi personaggi e la trama narrativa ci portano direttamente nel clima idealizzante e umanistico dell’Arcadia.

Ci sono, inoltre, i personaggi che col trascorrere del tempo sono diventati i più popolari perché comici e simpatici. Il primo è Razzullo che successivamente sarà affiancato da Sarchiapone. La comicità di questa coppia è irresistibile.

Razzullo è uno scrivano magro e allampanato che si trova in Palestina al seguito del prefetto incaricato di eseguire il censimento. E’ perennemente affamato e, pur senza volerlo, pronto a cacciarsi nei guai. Sarchiapone è, invece, un barbiere gobbo e deforme che è dovuto scappare da Napoli in seguito ad un omicidio che ha commesso.
Questi due si trovano ad essere coinvolti in diverse vicende e diventano involontari e sinceri alleati di Giuseppe e Maria.

Al termine della rappresentazione saranno i primi a giungere davanti alla grotta della Natività che segna la sconfitta dei demoni e la vittoria del Bene. Razzullo e Sarchiapone diventano in tal modo i personaggi più positivi. Con questo schema vengono richiamati i fondamentali valori delle parabole evangeliche, infatti disse Gesù: “I poveri vi precederanno nel regno dei cieli”.

La Cantata dei Pastori nel corso del tempo ha subito numerosi cambiamenti.

Inizialmente durava ben quattro ore. Oggi la durata media oscilla tra novanta e centoventi minuti, suddivisi in tre atti. Non solo, la prima versione era molto pesante e tutt’altro che piacevole a seguire. L’idea era comunque buona ed allora la cultura popolare se ne appropriò e gradatamente diventò più allegra, oltre che più corta. La dimensione comica acquistò un ruolo importante senza snaturare il messaggio di fondo incentrato sulla storia della Natività.

Attualmente ci sono versioni dell’opera anche in formato musical e in cartoon. Molti artisti la usano come canovaccio di partenza su cui costruiscono opere nuove pur mantenendo la trama.

Uno degli artisti più attivi in questo senso è Beppe Barra che da quarant’anni propone una cantata in musica veramente bella e struggente in cui spiccano alcuni brani musicali notevoli come il Canto di Razzullo.

Essa fa parte del cartellone anche di compagnie amatoriali (nel Napoletano non c’è compagnia amatoriale e non che non proponga la Cantata e le opere di Eduardo (“Natale in Casa Cupiello” in primis) le quali, normalmente sono le più fedeli alla forma tradizionale, caratterizzata da dialoghi in italiano e napoletano che è usato solo da Razzullo e Sarchiapone.

La Cantata dei Pastori, assieme a molte altre opere letterarie, poetiche, teatrali, musicali ecc., fa parte di un corpus culturale di notevole spessore che dà sostanza e fondamenti alla napoletanità facendone una protagonista del patrimonio culturale italiano.

Ogni napoletano ha ricordi personali legati alla Cantata che conserva gelosamente.

A Gragnano, quando ero ragazzo, c’era una compagnia amatoriale che tutti gli anni metteva in scena una mitica Cantata in un teatro ricavato in un salone attiguo alla chiesa di S. Vincenza vicino alla bellissima piazza S Leone.
Mio fratello Sebastiano era Astarotte, un mio cugino Belfegor. Bisogna tenere presente che allo svelamento della Natività, e contestuale sconfitta dei demoni, Belfegor deve fare la “caduta del diavolo” che consiste in un esuberante gesto atletico con testa in giù e piedi in alto. Cosa che il mio cugino non ne era capace ed allora toccava a Sebastiano.

Sarchiapone era un esilarante venditore di “spassatiempo”. Ogni sua battuta provocava un profluvio di risate, si chiamava: Mario ‘O Panzaruttar (crocchette di patate). Maria era l’unica donna presente. Nel teatro del 1600 non c’erano donne a recitare: solo maschi. Da qui la spasmodica ricerca di voci con caratteristiche particolari.

Lo stile recitativo, il linguaggio utilizzato e l’ambito in cui nasce ci aiutano a comprendere il contesto culturale in cui si definiscono le caratteristiche del cosiddetto presepe tradizionale, stilisticamente barocco. All’inizio della sua storia moderna il presepe veniva allestito esclusivamente negli ambienti nobiliari e di corte. Diventerà popolare nel 1800.

Come spesso accade nella storia si realizza, in quest’opera, un forte intreccio tra cultura cosiddetta “alta” e popolare. Questa caratteristica è particolarmente presente nella cultura napoletana. Il popolo si appropria di forme artistiche colte e le trasforma in una prassi culturale su cui innesta l’esperienza del vissuto. Processo che avviene anche in senso inverso. Si pensi al teatro di Eduardo, alla comicità di Totò, alle canzoni che nascono in ambienti elitari ma è il popolo che le valorizza, le diffonde e gli da sangue.

Questo gli conferisce un’autenticità di vita che consente a tutti: colti e popolani di immedesimarsi in un’opera, come La Cantata dei Pastori che, mentre racconta La Storia Più Bella, ti diverte e ti dona gioia e passione.

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