Ogni anno, coll’appressarsi delle feste natalizie, tutte le società di concerti cercano di proporre titoli adeguati al periodo. Ma non è facile. Per quanto sembri strano, la più grande festa della cristianità non possiede – a livello di musica colta – un corredo di brani capace di fare concorrenza al repertorio popolare.

In tutto il mondo girano pezzi tradizionali di incantevole freschezza, come il celebre “Stille Nacht” del maestro elementare Franz Xaver Gruber, organista a Oberndorf nella Bassa Austria, che scrisse questo pezzo degno di Schubert, eseguito per la prima volta nel 1818; o come l’intramontabile “White Christmas” di Irving Berlin, letteralmente il disco più venduto da quando esistono i dischi; per non dire della canzone ottocentesca “Jingle Bells” di James Pierpoint, la regina di tutti i canti natalizi, rievocatrice di folli corse in slitta sotto la neve che sfarfalleggia e di amabili soste accanto ai caminetti scoppiettanti A quest’atmosfera gaia e spensierata si rapportano anche le folkloriche “Christmas carols” inglesi, vasto repertorio di canti corali strofici tenuto vivo ancor oggi dai molti cantanti di strada. In Italia la tradizione natalizia si è sempre appoggiata sul suono caratteristico e inconfondibile di pive e zampogne, cosa che a noi sembra intrinseca al Natale ma che in realtà risale ad antiche cerimonie pagane legate al dio Pan. Fu solo durante il Medioevo che la tradizione zampognara divenne natalizia, collegandosi ai riti della transumanza, allorchè i pastori, per le feste, scendevano dai monti  alle città per portare ricotta e caci. Il canto più noto degli zampognari, “Tu scendi dalle stelle”, a cui Sant’Alfonso de’ Liguori diede parole e forma rispettabile, deriva proprio da questa tradizione pastorale.

Nella musica colta il pezzo più celebre di area italiana collegato al clima natalizio resta pur sempre il concerto di Corelli “per la notte di Natale”, cioè un pezzo squisitamente strumentale. In quello stesso periodo in area francese abbondavano invece le messe cantate “per la mezzanotte”. Marc-Antoine Charpentier (1634-1704) ne scrisse addirittura undici, tra cui una, bellissima, del 1690, dove seguì un percorso stilistico originale, cioè osò inserire fra le varie sezioni dell’ordinarium missae parecchi brani natalizi popolari, i cosiddetti “noëls”. Ho detto “osò”, perché a quel tempo la loro utilizzazione in sede chiesastica era severamente proibita. Il risultato fu un suggestivo  connubio fra arte sacra e arte popolare, con ritmi di danza come bourrée o gavotta intarsiati sul gregoriano, quasi a preludere alla forte teatralizzazione dello stile sacro che si sarebbe poi verificata in pieno Settecento. Molto sensibile al tema natalizio, Charpentier lo onorò anche con l’oratorio “In Nativitatem Domini”, dove le parti cantate e quelle puramente strumentali si alternano in un gioco sapiente che prevede prima il raccoglimento, poi l’esplosione della gioia, prima la descrizione della notte in attesa dell’evento, poi lo scoppio della felicità per la salvezza. Sono musiche di rara esecuzione, che, se riproposte, credo otterrebbero un successo più che meritato.

Ma in tutta la storia della musica soprattutto due sono le “opere natalizie” di maggior spicco: l’“Oratorio di Natale” di J.S. Bach e l’oratorio “L’enfance du Christ” di H. Berlioz.

L’opera di Bach, che in realtà più che un Oratorio è la fusione di sei Cantate, fu pensata per il periodo natalizio del 1734-35 a Lipsia. In parte composta ex novo, in parte utilizzando cori ed arie da opere profane precedenti, si avvale di testi poetici molto immaginifici e vicini al pensiero pietista. L’abilità bachiana nel fondere insieme vari brani di origine diversa, è assoluta, nessuno potrebbe pensare a un “collage” tanto l’insieme si mostra emotivamente e musicalmente coeso. La bellezza di certi spunti strumentali, ad esempio gli interventi dell’oboe d’amore o del corno da caccia, è ammaliante. Ancor oggi questa  è una delle opere di Bach più eseguite.

A distanza di oltre un secolo (1854) Hector Berlioz concepì una trilogia-oratorio che, su un testo proprio, includeva l’intera storia dell’infanzia di Gesù. Alla vena appassionata e visionaria che era sua associò un clima di tenerezza collegato con l’infanzia, e inventando un’orchestra cangiantissima, ricca di combinazioni timbriche inattese (com’era nel suo stile) ed anche inaspettatamente lieve, fuse la tradizione francese dei “noëls” cara a Charpentier con le sonorità popolari degli “zampognari” uditi nelle campagne del Lazio durante il suo soggiorno romano. Un perfetto mixage, che gli fece cogliere uno dei pochi veri successi di tutta la sua controversa carriera!

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