PiazzeAmicheWEBNel Friuli ci risulta la presenza di tre Pro Loco dotate di giornale.

Una è la Pro Spilimbergo, che ha ospitato, nel 2013, la seconda edizione del raduno dei giornali, dopo la prima edizione qui a Caselle. Il suo giornale, semestrale, è Il Barbacian.

La seconda Pro Loco è quella di Mortegliano, col trimestrale L’Ape. E’ la Pro Loco, in provincia di Udine, che si è offerta di ospitare l’edizione 2019: ne parleremo quindi diffusamente il prossimo anno.

Il terzo giornale, anch’esso con uscite trimestrali, è Dimensione Pro loco Fontanafredda. E’ un giornale, di nascita più recente rispetto agli altri due (inizio pubblicazioni nel 2000), e di cui non avevamo mai scritto. Colmiamo la lacuna, pescando dalla rubrica “Attimi di vita”, tenuta dall’insegnante, ora a riposo, Lidia Sfreddo. Sono due racconti brevi, autobiografici.

Grazie all’autrice e alla Pro Loco di Fontanafredda per l’autorizzazione alla ripubblicazione.


 

Attimi di vita

Primo giorno di scuola

1° ottobre 1964 Ceolini (P.S. il borgo di Ceolini è una frazione del comune di Fontanafredda)

E’ il mio primo giorno d’insegnante in classe. Pur avendo al mio attivo centinaia di ore di ripetizioni – avevo incominciato l’estate successiva alla prima magistrale – quella mattina ero davanti ad una scolaresca come insegnante di ruolo – supplente.

Una settimana prima mi era stato comunicato di essere vincitrice del concorso (provincia di Udine) e il giorno prima i miei diritti e la mia destinazione. Come madre di un neonato non dovevo essere impegnata fuori dal mio circolo didattico, ed avevo diritto ad un orario ridotto per allattamento.

In bicicletta sono arrivata a Ceolini. Non posso dire se fosse “una bella mattina d’autunno” o se “sui tralci ancor tesi brillassero le foglie rosseggianti a varie tinte”.
Lungo la strada non ho visto niente. All’arrivo ho incontrato la collega Maria Teresa, maestra di quarta e quinta: ho dedotto che a me spettavano le prime tre classi.
I bimbetti di prima erano emozionati, non certo più di me!
Il cortiletto era ombreggiato da giganteschi tigli, sono quelli che ho riconosciuto stamattina riportata a Ceolini dalla nostalgia.

Appena entrati in classe abbiamo recitato l’Angelo di Dio, era questa la preghierina a cui erano abituati, e poi…Signore aiutami.
E infatti: “Quando ci si incontra tra persone sconosciute, per prima cosa ci si presenta: ad esempio io sono Lidia Sfreddo, sempre prima il nome di battesimo”. Si comincia con i ragazzini di terza; si divertono come in un gioco. Quanti Rossetti!

Al pomeriggio, mentre sto allattando il mio bambino, penso ad una preghierina solo nostra che dia un senso di appartenenza. Viene fuori questa: “Angioletto del Signore che mi guardi a tutte l’ore, Angioletto del buon Dio fa che cresca buono e pio, sui miei passi veglia tu, Angioletto di Gesù”.

Il mattino dopo mentre la recitiamo una bimba mi prende la mano. Che bello! Senza interrompere la preghiera, lo facciamo tutti formando un cerchio.
Propongo: “Volete che mettiamo così in cerchio anche i banchi e la cattedra? Per intanto ognuno si siede dove vuole e dopo vedremo se occorrerà fare spostamenti”.
L’idea li fa impazzire di gioia.

La terza mattina fa un po’ freddo e pioviggina. Un bambino mi viene quasi addosso: “Guarda maestra, questa giacchina era di mio zio e adesso va bene a me!”
“Ma che bella! Come stai bene”.
“Anche la tua gabana è bella!”.
Indossavo un impermeabile azzurro, ultimo modello, con le maniche a pipistrello. Il più bel capo del mio guardaroba!!
Ormai era fatta, arrivavo a scuola felice.

“Guarda maestra che nell’armadio c’è un fornelletto elettrico, se desideri un caffè”.
“Grazie tesoro, ma se bevo troppo caffè, il mio bambino diventa nervoso e non mi fa dormire”. Si gratta la testa.
Rinuncio all’orario ridotto: con tre classi non è proponibile; Il direttore è stato entusiasta. Credo che anche questo abbia contribuito a guadagnarmi “l’ottimo” alla prima qualifica. A Natale quando ci siamo salutati piangevano tutti ed io con loro.
Negli anni la scuoletta è stata chiusa e gli alunni portati al capoluogo, come avviene ancora.

… Dopo tanti anni, sono tornata a Ceolini. Il paese è stupendo: a renderlo tale è questa atmosfera fiabesca e il profumo dei “miei” tigli avvolge di freschezza ricordi e voglia di festa.
Sembra un paese da vacanze elitarie: case nuove o ristrutturate tenute splendidamente; nessuna stortura architettonica a turbarne l’armonia. Ho riconosciuto il rudere attorno al quale i miei alunni andavano a cogliere per me viole profumate e cupe come ora non se ne vedono più.
L’anno prossimo tornerò a fine marzo a cercarne il profumo.

Lidia Sfreddo

L’agnellino

Da sempre onore del pranzo pasquale, quest’anno è salito anche all’onore della cronaca, grazie al famoso “balio” che gli reggeva il biberon.
Io, l’agnello non l’ho mai assaggiato, niente quindi so della tanto decantata prelibata morbidezza della sua carne.
Il motivo? A cento metri in linea d’aria dalla casa in cui ho sempre abitato, fino a ventiquattro anni quando mi sono sposata, c’era lì il vecchio macello degli stessi proprietari di quello subentrato poi. Ai muggiti di lamento dei vitellini, parecchi ogni settimana, e di mucche e buoi, pochi, mi ero abituata. Li consideravo un fatto ineluttabile. Così era. So che i bovini erano destinati al mercato di Milano.

La settimana precedente la Pasqua era veramente una settimana di “passione”. I belati strazianti, imploranti, quasi umani degli agnellini facevano sì che io mi spostassi attraverso il cortile con gli indici sempre infilati agli orifizi degli orecchi per non sentire. E in quel tipo di abitazioni contadine buona parte della giornata si trascorreva all’aperto. Per passare da una stanza all’altra bisognava uscire in cortile, appunto. Lo stesso per salire alle camere, lungo le scale e il poggiolo all’aperto.

I miei famigliari ignoravano o fingevano di ignorare il mio comportamento. La mamma, sempre molto pragmatica e sicuramente con l’intento di irrobustire la mia psiche: “Dai dai datti una mossa, vedi pure la domenica mattina la nonna che ammazza il gallo (il sinonimo pollo non veniva mai usato) e non fai tante storie”.  In verità cercavo sempre di stare lontana dal luogo del “misfatto” ed andavo accanto alla nonna solo quando incominciava a spennare l’animale.

Il papà a pomeriggio inoltrato, quando incominciava a rigovernare le mucche, mi invitava, con il suo linguaggio scabro e rassicurante come il tronco di una quercia: “Vieni con me in stalla a tenermi compagnia”. Per togliermi completamente da quello che lui capiva, mio supplizio, chiudeva anche la porta della stalla che di solito rimaneva socchiusa. Lo scalpiccio delle zampe sulla paglia della lettiera e il clangore delle catene mi isolavano in un mondo “nostro”. Ogni tanto mi sfuggiva qualche sua parola, ma non il senso del discorso. Mi raccontava di qualcosa o di qualcuno che mi facesse ridere. La mamma ci raggiungeva per la mungitura e quando uscivamo con i secchi del latte schiumoso da portare in latteria, le luci del macello erano spente e per quel giorno la mia angoscia era finita.

Il papà che mai aveva dato peso, secondo me, al mio malessere una sera mi ha rassicurata: “Coraggio nina, par sto an l’è finida, doman l’è sabo e noi copa”. E la mamma: “Dopo domani è Pasqua, e gli agnelli i siori noi li magna pi (non li mangiano più)”.

Lidia Sfreddo

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