Il mondo di Naz

Piazza Bernini, 5. Edificio solido, maestoso, visto tempo fa in una fotografia d’epoca alla GAM, fortemente danneggiato dal bombardamento del 1942 e che ricordavo solo per aver ospitato l’Istituto magistrale Domenico Berti, da oggi, dall’inaugurazione di questa mostra,  avrà per me e per molti visitatori nuova connotazione. Piccola, quasi una nicchia, una rientranza del grande ingresso dell’Educatorio Duchessa Isabella, la saletta che ospita la mostra intitolata “Le case e le cose, le leggi razziali del 1938 e la proprietà privata”, eppure ha un impatto devastante. Si tratta di esempi documentati da materiale cartaceo e fotografie di come operarono gli incaricati dell’Istituto San Paolo su ordine dell’EGELI, per l’attuazione delle leggi razziali del 1938 che prevedevano il sequestro dei beni e degli immobili dei cittadini ebrei. L’EGELI, Ente Gestione e Liquidazione Immobiliare, a Torino dovette appoggiarsi all’Istituto San Paolo, dotato di uomini e strumenti burocratici adeguati. Lo stesso fecero in Italia altri diciotto Istituti di Credito sotto la stretta sorveglianza del ministero degli Interni.  Si può ben parlare dell’arentdiana banalità del male, come ha citato nella presentazione ai giornalisti il Presidente della Fondazione san Paolo, Piero Gastaldo quando leggiamo quei fogli ingialliti su cui con puntiglio esasperante gli incaricati annotavano tutte le “cose” che man mano venivano sequestrate: camicia, flanella di lana, 1 tappeto, 1 trapunta, 3 cuscini, 1 pacco di ritagli, 2 paia di calze, 1 tazzone da latte… e nella ditta di saponi “Valobra”: sapone in blocchi, scarti di lavorazione, soda caustica, chiodi, ciprie…

In un angolo della bacheca la lettera di Natalia Ginzburg che chiede la restituzione dei beni, nel 1945, quando con la liberazione, gli ebrei sopravvissuti cominciarono a far domanda di restituzione delle case e delle cose sequestrate. Dopo un tentativo dell’EGELI di restituire i beni solo dietro pagamento di cospicue somme dal momento che…in qualche modo ne erano diventati custodi e si erano occupati di vendite, manutenzione, investimenti, finalmente iniziò la restituzione, ma si può ben immaginare quanto materiale nel frattempo fosse passato nelle mani di persone che potevano approfittare della loro situazione o semplici cittadini che perse le loro abitazioni nel bombardamento del ‘43 su Torino, poterono occupare  case e ville confiscate per ordine del comando fascista, come quella di Leone Sinigaglia, di Primo Levi o di Natalia Ginzburg Levi.

“A onore di Torino – spiega ai giornalisti Fabio Levi docente di Storia contemporanea – possiamo dire che è stata la prima città italiana ad aprire fin dal 1988 gli archivi e, con lo stesso titolo di questa mostra, avevamo potuto pubblicare un libro già nel 1993”. In tutti questi anni si è lavorato per sistemare i 6300 fascicoli con lettere, pratiche e registri che occupano ben 115 metri lineari di scaffalature! La mostra è stata realizzata nell’ambito del progetto 1938-2018 : ottant’anni dalle leggi razziali, coordinato dal Museo della Resistenza, Deportazione, Guerra, Diritti e della Libertà.

Ora gli archivi sono completamente digitalizzati e a disposizione di cittadini che vogliano conoscere la storia o vogliano ricostruire le vicende della propria famiglia e dei beni dispersi. Una mappa interattiva localizza gli edifici confiscati in Piemonte e Liguria e in particolare a Torino: toccando i vari punti appaiono indirizzi, nominativi, fotografie degli edifici come li vediamo oggi, spesso con le targhette in ottone davanti all’ingresso, le cosiddette “pietre d’inciampo” che in Torino ora sono 93 e ricordano il nome di chi è stato vittima del nazismo, perché… “una persona è dimenticata solo se è dimenticato il suo nome”.

Leggiamo nel catalogo della mostra che resterà aperta fino al 31 gennaio 2019 una sintesi perfetta di quel che vuol portare a tutti noi. Sono parole di Piero Gastaldo, Presidente della Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo:

“I destini incrociati delle persone rappresentano, in fondo, il vero cuore della mostra: proprietari di case e cose che perdono proprietà e beni personali, periti e funzionari di banca che svolgono le pratiche con puntigliosa capacità, e cittadini colpiti dalla guerra diventati utilizzatori più o meno consapevoli dei beni sottratti. Occasioni di riflessione che non possono non turbarci, ed è bene che così sia.”

La mostra si può visitare fino al 31 gennaio, in Piazza Bernini, 5 con questi orari:

lunedì-venerdì ore 16-19;
26/27 gennaio ore 10-13
ma ricordatevi che tutto il materiale si trova sul sito: www.fondazione1563.it

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