Intense ed emozionanti, così sono state le quattro giornate (dal 5 all’8 febbraio) che hanno visto come protagonisti Angelo Corbo e Francesco Mongiovì, ex appartenenti alla scorta del giudice Giovanni Falcone. Nell’ambito del progetto “Voce alla Legalità” che, per la prima volta, ha visto coinvolti unitariamente quattro Comuni nella lotta alle mafie e nell’educazione alla legalità come strumento primario nel contrasto alla malavita organizzata: stiamo parlando di Borgaro, Caselle, Leinì e Mappano. Per la prima volta i due poliziotti sono stati ospiti in Piemonte per raccontare la loro esperienza al servizio del dottor Falcone e dello Stato. Corbo è sopravvissuto al vile attentato del 23 maggio 1992 perché era sull’auto che seguiva quella del giudice; Mongiovì in quella tragica giornata era in servizio nel Palermitano, ma non nel nucleo scorte. In queste quattro giornate, i due uomini, entrambi di origine palermitana, hanno incontrato al mattino gli studenti degli Istituti Comprensivi ed alla sera le cittadinanze. Cose Nostre ha seguito l’incontro casellese del 6 febbraio, nella Sala Cervi. Dopo la mattinata, ben due ore e mezza, con i ragazzi, ed il pranzo a cura dei Carabinieri in congedo, in serata Corbo e Mongiovì si sono confrontati con i casellesi “adulti”. Entusiasti della mattinata con gli studenti che li hanno subissati di domande, entrambi entrati in Polizia nel 1987, i due poliziotti sono stati introdotti dall’assessore alla Cultura Erica Santoro, promotrice con le altre tre colleghe assessore del progetto, che ha subito precisato un concetto molto caro ai due ospiti: “Le persone che abbiamo l’onore di ospitare non sono eroi, ma persone che hanno, semplicemente, fatto il proprio lavoro”. Un altro concetto espresso dalla Santoro è che “lo Stato siamo noi”, in tutte le sue accezioni e conseguenze, in perfetta sintonia con Corbo e Mongiovì. La parola è poi passata al sindaco Luca Baracco, che ha esordito affermando che “la commemorazione e la gratitudine verso tutti i servitori dello Stato caduti non è sufficiente. Serve poi un impegno personale per applicare e perseguire la legalità tutti i giorni, combattendo così nel nostro piccolo le mafie”. La serata è poi proseguita quasi in maniera informale, nonostante la drammaticità dei fatti raccontati, con i due protagonisti che confermano di non sentirsi assolutamente dei supereroi o dei superpoliziotti, “quelli esistono solo nei film”, “non abbiamo mantelli, siamo “solo” dei servitori dello Stato che amano la giustizia, la legalità ed il proprio lavoro”. Un lavoro che, fatto ai loro livelli, è più che altro una missione: “Non esistono orari, non esistono orologi, non esistono calcoli”, cominciano i due poliziotti, “le famiglie passano in secondo piano e, talvolta, si sfasciano. La tua squadra diventa la tua famiglia, di cui ti fidi ciecamente: dopo aver lavorato fianco a fianco, con la paura addosso, non devi neanche più parlare. Solo guardandoti sai esattamente cosa devi fare e cosa farà il tuo collega: a volte non ti guardi neanche in faccia perché è tutto automatico ormai”. Già, la paura, Corbo e Mongiovì non si vergognano ad ammetterlo: “Sapevamo da tempo che Falcone era un condannato a morte: lui ne era consapevole. Ma non ci siamo tirati di certo indietro, siamo andati avanti convivendo con la paura, ma nella convinzione di essere nel giusto”. E non tutti erano nel nucleo scorte per scelta: Mongiovì lo aveva scelto ed era stato formato per quest’incarico; Corbo no, ci era capitato. Secondo Mongiovì, gli attentati del ’92 sono stati degli spartiacque per la coscienza civile palermitana che, da allora, è cresciuta molto. Diversa la situazione al Nord: “Avete spalancato, in un certo senso, le porte alle mafie”, ha affermato Mongiovì. Secondo Corbo, “Falcone ci poteva ridare la dignità come siciliani, il riscatto: è stato un onore lavorare per lui”. Corbo, supportato da Mongiovì, vuole poi sfatare un mito visto nei vari film: “Falcone a teatro, al cinema, al ristorante… Ma quando mai! Viveva da prigioniero e si spostava il meno possibile: molti palermitani erano infastiditi dal corteo della scorta a sirene spiegate e dall’elicottero che, per un certo periodo, ci accompagnava. Lui pativa molto tutto ciò e si portava persino il pranzo da casa”. Una strage che per i due poliziotti ha però molti lati oscuri ancora oggi, come quella di Borsellino. Corbo afferma che “Falcone girava sempre con una valigetta: che fine ha fatto? E le foto che ha fatto un fotografo di Capaci accorso per primo sul luogo dell’attentato? Chi le ha sequestrate visto che non esistono verbali?”. Entrambi sono convinti che i mafiosi palermitani sono stati solo gli esecutori della strage, mentre l’ideazione sia avvenuta altrove: “Falcone a Roma era scortato solo da due agenti”, dichiarano insieme, “ed in orario d’ufficio. Alla sera poteva davvero andare al ristorante, a differenza di quando era a Palermo: sarebbe stato enormemente più facile ucciderlo nella capitale, ma si è cercato il colpo ad effetto”. Corbo e Mongiovì, ma soprattutto il primo, si sentono sconfitti: “Non siamo riusciti a compiere appieno il nostro dovere”. “L’essere sopravvissuto è pesante”, continua Corbo, “talvolta ti senti in colpa, e ti ci fanno sentire, ti schivano, dai quasi fastidio”. “A volte vorresti essere morto anche tu con i tuoi fratelli acquisiti”, dicono entrambi. “Mi hanno dato una medaglia d’oro al valor civile: ma a che cosa mi è servita?”, commenta amaramente Corbo. “Le nostre medaglie sono momenti come questi“, concludono i due servitori dello Stato, “soprattutto con i ragazzi che sono il nostro futuro e la nostra speranza”. Per la cronaca, entrambi sono rimasti in Polizia: Corbo si è trasferito a Firenze, mentre Mongiovì, rimasto a Palermo, ha contribuito con il suo lavoro ad arrestarne assai di mafiosi, tra cui quel Brusca che avrebbe, secondo i riscontri processuali, pigiato il tasto del detonatore quel maledetto 23 maggio 1992. Ma chi lo ha messo in condizione di farlo? Grazie Angelo, grazie Ciccio, non vi riterrete eroi, ma grazie a voi l’Italia, e la Sicilia, perbene può girare a testa alta.

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