Può capitare – e in realtà capita spesso – che ci si dimentichi di Bellini. Ma ecco che poi sopravviene, inevitabile, il ritorno di fiamma, e lui si ripresenta attraente e seducente, mettendo in atto quel meccanismo di “riscoperta continua” che lo contraddistingue.

Primogenito di una famiglia di musicisti dove il nonno, abruzzese, aveva iniziato a sicilianizzarsi, nacque a Catania da Rosario e da Anna Ferlito in un giorno di novembre del 1801 mentre il cono imponente dell’Etna esibiva una lunga fumata. Sicilianissimo, e nello stesso tempo portato al cosmopolitismo, a seguito di una borsa di studio lasciò sedicenne la sua città per il Conservatorio di Napoli, ma se la Sicilia sparì fisicamente dal suo orizzonte, gli rimase nel cuore.  Allievo di Nicola Zingarelli, a Napoli scrisse un’enormità di musica sacra, sinfonica e da camera. Portato però a esprimersi soprattutto attraverso il linguaggio lirico, dopo qualche tentativo in ambito scolastico debuttò con un’opera di mezzo carattere, “Bianca e Fernando”, che ottenne subito un buon successo e lo segnalò a Barbaja, impresario alla Scala. L’arrivo a Milano cambiò la sua vita: superato un primo periodo bohémien di ristrettezze e stenti, la sua nuova opera “Il Pirata” (ottobre 1827) ebbe un esito trionfale. Essa potrebbe senza sforzo definirsi “il manifesto del Romanticismo italiano”.

L’incontro col sommo librettista Felice Romani lo aiutò a trovare se stesso e a estrinsecarsi specialmente in campo tragico, con  buona capacità di superare i condizionamenti rossiniani in quei giorni ancora molto forti. Dopo il romanticismo delirante del “Pirata”, l’opera successiva, “La Straniera”, lo rafforzò, ma fu  solo con “I Capuleti e i Montecchi” che ottenne la vera confermazione del suo primato (creando non pochi problemi al contemporaneo Donizetti, che in quel momento stava arrancando). Il 1831 fu per Bellini un anno davvero memorabile: vide la nascita de “La Sonnambula”, a marzo, e di “Norma”, a dicembre. In lui l’aderenza al dramma era totale. Portato a scrivere alquanto lentamente, misurava le sue forze e rimuginava sui testi, per cui il quasi-insuccesso della successiva “Beatrice di Tenda” lo indusse a lasciarsi alle spalle il librettista Romani e a gettarsi nel vasto mondo. Sull’onda del consenso che i suoi drammi ottenevano all’estero, si trasferì a Parigi, ambiente ricco di stimoli, e lì, al Théâtre Italien, diede il suo grande ultimo capolavoro, “I Puritani”. In fondo Bellini ha composto poco: la morte lo colse a soli trentatrè anni, appena dopo l’enorme successo dei Puritani, e non sappiamo come si sarebbe evoluto nè quanto avrebbe ancora potuto darci.  Stroncato probabilmente da un’infezione amebica contratta anni prima, scambiata per colera, chiuse gli occhi in desolata solitudine a Puteaux, sobborgo di Parigi, in una villetta affittata da amici.

Attorno a lui vibra tuttora la leggenda di un personaggio languido e esangue, biondo, bello, con gli occhi azzurri (“un sospiro in scarpine da ballo” lo definì il poeta Heine), cosa utile al mito ma infondata nella sostanza. Alla pari di Chopin, Bellini sapeva essere molto vigoroso e gli anelli più forti della sua catena hanno la durezza del diamante.

Tralasciando per il momento “Norma” (su cui forse torneremo in altra occasione), possiamo puntare gli occhi sulla dolce favola de “La Sonnambula” che tra l’altro sta per essere eseguita al Teatro Regio.

Nell’estate del 1830, momento magico della sua biografia, il compositore trascorreva giorni incantevoli sul lago di Como con due Giuditte nel cuore: la Pasta, sua interprete, e la Turina, sua amante. Le operaie delle filande di Como tornavano il sabato sera ai loro villaggi e attraversavano il lago intonando melodie popolari; Bellini, seduto fra i fiori, le ascoltava assorto e incubava silenziosamente dentro di sé la veniente storia di Amina e di Elvino. In effetti la Svizzera citata nel libretto della “Sonnambula” altro non è che l’italianissima Lombardia, col suo cielo “tanto bello quando è bello”. Ma in fondo, come negli idilli di Leopardi, la “Sonnambula” rievoca un paesaggio dell’anima, un malinconico vagheggiamento d’un mondo che non c’è. Bellini professava una specie di “religione dei sentimenti” che sapeva trasferire in musica con apparente semplicità.  Singolare connubio fra classicità e romanticismo, in lui tutto è interiorizzato, profondo, tutto tende a esprimere dei valori poetici di compostezza e armonia. La melodia, punto di raccordo, sta al di sopra di tutto. Il pathos da lui creato ammaliò il mondo ai suoi tempi, e ci ammalia tuttora. Melodie “lunghe lunghe lunghe, come nessuno ha fatto prima di lui” (diceva Verdi). E che nessuno è mai stato capace di fare dopo.

 

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