Il Teatro alla Scala non fu sempre “il Teatro alla Scala”. Voglio dire che a lungo, pur fra i primi teatri d’Italia, non fu mai il primo, ruolo che era saldamente tenuto dal Teatro San Carlo di Napoli.

L’istituzione milanese raggiunse il primato col fiuto, cioè con la capacità di stringere a sé i più grandi creatori del teatro in musica. La sua scalata verso il “top” incominciò attorno agli anni ’30 dell’Ottocento con la presenza insolita e concomitante di due tra i compositori più importanti del momento, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti.

L’attività di Donizetti (di quattro anni più anziano di Bellini) in quegli anni procedeva in modo buono ma un po’ discontinuo, con qualche “prima” alla Scala e soprattutto con grande profusione di titoli per il San Carlo di Napoli; il suo essere bergamasco non gli apriva automaticamente le porte del teatro milanese, cosa che invece avvenne, e fece scalpore, col siciliano Vincenzo Bellini, che alla fine del 1827 vi colse il successo grande e meritato del suo “Pirata”.

Da allora si instaurò fra i due un tipo di rivalità serrata, sul genere di quella che in anni a noi più vicini capitò col binomio Callas-Tebaldi. La tendenza di entrambi ad occuparsi di affetti delusi e di pene d’amore estreme avrebbe dovuto avvicinarli; invece proprio questo aspetto indurì la rivalità . Nel 1830  due creazioni importanti, Donizetti con la sua ”Anna Bolena”, e Bellini con “I Capuleti e i Montecchi”, scatenarono il confronto diretto. Un po’ dovunque, ma specialmente a Milano, le diverse tifoserie tenevano per il catanese o il per bergamasco, il pubblico sosteneva ora l’istintivo melodismo belliniano, ora la maggiore sapienza armonica donizettiana, e i giornali istigavano quotidianamente al confronto. Gli stessi cantanti, che interpretavano ruoli scritti per loro da entrambi, parteggiavo per l’uno o per l’altro a seconda del successo che ne ricavavano. In aggiunta, il fatto che spesso avessero il librettista in comune (“Anna Bolena” fu scritta da Felice Romani, lo stesso poeta che fornì a Bellini i versi della “Sonnambula”) rendeva la situazione anche più concorrenziale.

Per un momento i loro destini si incrociarono, senza però toccarsi, sulle rive del Lago di Como, a Moltrasio, dove la cantante Giuditta Pasta aveva piacere di ospitare talvolta l’uno, talvolta l’altro. La rivalità che li coinvolgeva in prima persona mise a nudo le loro nature: Bellini la visse con acrimonia, sprezzo, ansia di perdere i vantaggi ottenuti (qualcuno ha addirittura parlato di una sua “paranoia”), Donizetti con più serena bonomia e maggior equilibrio, essendo un uomo costituzionalmente incapace di dire male dei colleghi.

Il primo round di questo match fu senz’altro vinto da Bellini, che nel dicembre del 1831 presentò “Norma”, capolavoro bastevole, da solo, a dargli immortalità. Sull’impianto neoclassico di base, con scultorei recitativi e pezzi d’insieme in cui la protagonista cresce, si espande, dà tutto di sè, il catanese riuscì a inverare passioni travolgenti e sublimi (“la semplicità dell’eroismo” è stato detto), puntando verso un romanticismo tutto teso al superamento ideale di qualsiasi sentimento meno nobile. “Nessuno sa cos’è la musica” scrisse il musicologo Einstein “se non esce da ‘Norma’ ricolmo fino a traboccarne”. Nel mondo dell’opera vie del genere non erano ancora state tentate. 

Subito dopo al Teatro della Cannobiana ci fu la risposta-capolavoro da parte di Donizetti, però in tutt’altro ambito, l’ “Elisir d’amore”, cosa che non impensierì per nulla Bellini, sapendosi alieno al genere semiserio o buffo. Ma al suo successivo passo falso con la “Beatrice di Tenda” (forse il solo insuccesso della sua carriera) Donizetti rispose a fine anno col trionfo della “Lucrezia Borgia”, proprio alla Scala.

Non servì a nulla l’allontanarsi di Bellini, andato a Parigi, e di Donizetti, andato a Napoli, per disinnescare la rivalità; anzi fu proprio a Parigi che Bellini ne patì più vivamente, quasi una malattia. Al momento di presentare la propria opera nuova “I Puritani” si trovò fra i piedi l’invadente presenza di Donizetti col suo “Marin Faliero”: stesso anno, stesso mese, stesso teatro, stessa città, stessa compagnia di canto! Il catanese si sfogò con critiche acide e astiose, mentre il bergamasco ebbe parole di stima e ammirazione per il collega. Del resto pochi mesi dopo il cigno di Catania avrebbe chiuso prematuramente gli occhi, e Donizetti, ormai libero dai legami della concorrenza, avrebbe osato confrontarsi con lui proprio nella sostanza dell’ultima sua opera: alla sublime pazzia di Elvira nei “Puritani” avrebbe contrapposto la sublime pazzia di Lucia nella “Lucia di Lammermoor”. A dimostrazione di quanto la sua anima fosse esente da rancori, celebrò di getto la memoria di Bellini con un Requiem in re minore tenero e commovente. 

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