La grande stagione della musica russa, sbocciata quasi dal nulla verso la metà secolo XIX, continuò gagliardamente durante tutto il XX. Il vuoto causato nel 1893 dalla morte prematura di Chaikowskij fu presto riempito dai giovani musicisti che i conservatori di Mosca e San Pietroburgo sfornavano a bizzeffe. Questo momento d’oro vide una vera esplosione della creatività nazionale ed accompagnò la Russia dal post-romanticismo alle avanguardie novecentesche ed oltre. Nomi come Scrjabin, Rachmaninov, Khachaturian (per citarne solo alcuni) crearono le basi di un saldo impianto che, con la “triade” costituita da Strawinsky, Prokoviev e Shostakovich, avrebbe poi raggiunto il top. Vissuti in periodi di grande trasformazione della società, ognuno di questi nomi esigerebbe per sé l’intero spazio di questa rubrica. Forse nei prossimi appuntamenti  tornerò  a parlarne; per ora mi contento di posare la lente d’ingrandimento sul compositore Sergej Prokofiev, ospitato di recente al Teatro Regio con un balletto che non esito a definire il più grande dell’intera storia della musica ballettistica. So che sarebbe preferibile parlare dei lavori musicali prima che vengano eseguiti nei nostri teatri o sale da concerto; ma non ho potuto farlo, per cui, eccezionalmente, ne parlo dopo, seguendo il saggio detto “meglio tardi che mai”.

Sergej Prokofiev nacque nel 1891 in una famiglia borghese cultrice di musica (la madre era pianista) e mostrò il proprio talento fin dalla culla. Ragazzo prodigio, al conservatorio di San Pietroburgo ebbe maestro Rimskij-Korsakov e si impadronì di capacità tecniche e teoriche eccezionali. Dopo d’aver vinto un premio importante, giovanissimo, incominciò la carriera di pianista, stimolato da un soggiorno a Londra dove fervevano le novità musicali e dove conobbe tutti i “big” dell’epoca. La violenta carica ritmica delle sue prime composizioni lo spinse su terreni d’avanguardia originali ed apprezzati. Molto prolifico, componeva col ritmo del respiro. Si occupò di musica sinfonica, concertistica, lirica, teatrale, filmica, e raggiunse gradi elevati di notorietà. Lasciata la Russia a causa della situazione politica e stabilitosi negli U.S.A, si dice che una casa di produzione di Hollywood gli offrisse 25.000 dollari alla settimana pur di averlo come compositore in carica! Nonostante ciò, a un certo punto decise di tornare in patria. Non ignorava le dure condizioni a cui erano sottoposti gli artisti sotto la dittatura di Stalin, ma cedette alla nostalgia e tornò. La sua musica piaceva – e piace tuttora – perché ironica, talvolta sarcastica, ma soprattutto perché istintiva e ritmicamente travolgente. A causa di tanta celebrità internazionale, Stalin non usò mai con lui la mano pesantissima che usava invece con Shostakovich, e il carattere stesso di Prokofiev, così amabile e spassionato, evitava gli scontri diretti. Un giorno in cui Shostakovich, che aveva subito una dura condanna sulla Pravda, si lamentò con lui per l’accusa di “formalismo” che gli era stata rivolta, Prokofiev gli rispose gaiamente “Non farci caso, chiamano formalismo tutto ciò che non capiscono”.

Poco prima del ritorno in patria, quasi a propiziarsi i giudici sovietici, aveva concepito un balletto, da Shakespeare, creato per lui dal drammaturgo Piotrowsky dietro commissione del Mariinsky Ballet (allora chiamato Kirov). Il fatto di essere oggetto di continue frecciate che lo accusavano di “degenerato modernismo” non influì minimamente sulla sua ispirazione, che corse rapida, sontuosa, disinibita  e diritta scopo. Messo in scena dal Kirov a Leningrado l’11 gennaio 1940, “Romeo e Giulietta” girò per il mondo ottenendo successi esponenziali e mettendo in mostra dovunque la sua dote di miracoloso equilibrio fra tradizione e avanguardia. Oltre alla sostanza melodico-tematica, di prim’ordine, ed alle arditezze armoniche ben celate nel contesto (tanto che l’orecchio di nessun ascoltatore potrebbe mai risentirsene), ciò che impressiona è l’abilità drammatica con cui il testo shakespeariano è stato trattato. Con l’uso della mimica tersicorea, solo con quella, ma riproducendo puntualmente l’emotività e la fatalità insite nel testo letterario, non risuona alcuna parola, ma è come se l’intero vocabolario del Bardo scaturisse vivo ed integro dalle sue note. Vera esaltazione al massimo grado di una stagione coreografica che in Chaikowskij aveva avuto il suo capostipite e che qui toccò l’apogeo e la sua (perfetta) conclusione.

Prokofiev e Stalin morirono nello stesso giorno (5 marzo 1953), ma a causa dei funerali di Stato la morte del grande compositore fu quasi ignorata.

 

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