Un’arte così elevata e spirituale come la musica difficilmente potrebbe venire accostata alla brutalità dei fatti di sangue. Eppure alcuni suoi adepti ne sono rimasti coinvolti. Penso al noto compositore Alessandro Stradella, che nella seconda metà del ‘600 visse in una continua fuga dai sicari pagati per ucciderlo: scampato  a un attentato a Torino,  morì poi in un altro a Genova. Si trattava di faccende di donne; mentre invece la causa dell’assassinio del prestigioso violinista francese Jean Marie Leclair, a metà ‘700, sembra sia stata la rivalità professionale: finì vilmente accoltellato alla schiena.

Di casi ce ne sono parecchi; ma di sicuro quello più emblematico e più impressionante si collega alla figura di Carlo Gesualdo principe di Venosa (1566-1613), aristocratico del Regno di Napoli e per parte di madre nipote di san Carlo Borromeo: nato con una passione smodata per la musica, vi si distinse e svettò “come aquila sui passeri”. L’altra passione di Carlo Gesualdo fu la cugina Maria d’Avalos, di cui si innamorò perdutamente fin da bambino. Maria, giovane sposa due volte vedova, si rese disponibile al matrimonio con Carlo nel 1586 ed il giovane principe (aveva vent’anni) toccò il cielo col dito. A detta di tutti Maria d’Avalos era la più bella donna del regno, e loro due facevano una magnifica coppia. Dalla felice unione nacque l’erede del casato, Emanuele, e tutto filava a meraviglia, fino a che Maria non incontrò Fabrizio Carafa duca d’Andria, lui pure marito e padre. Tra i due scoppiò una passione folle. Incuranti dei pettegolezzi, sprezzanti di poter essere scoperti, si amavano nei luoghi più diversi e in assenza di Carlo giunsero persino a incontrarsi nelle stanze matrimoniali di palazzo Gesualdo a Napoli. Sembra che Maria capisse i rischi ma che non le importasse: “Signor duca, disse all’amante, se morirò con voi almeno non sarò mai più lontana dal duca mio.”

Carlo Gesualdo venne informato. Fu una scoperta atroce. E poiché quell’adulterio era cosa notoria si trovò obbligato ad agire, pena la perdita dell’onore della famiglia. Nella notte del 26 ottobre 1690, dopo d’aver detto che partiva per una caccia, ritornò insieme ad alcuni scherani e sorprese gli amanti, facendone strage: sembra che lui stesso abbia trafitto Maria, restando per il resto dei suoi giorni straziato dall’ultimo sguardo di lei.

Subito dopo l’uxoricidio lasciò la casa allo sgomento dei servi e si rifugiò nell’avito castello a Gesualdo, che trasformò in inespugnabile fortezza, perché, anche se il Tribunale di Napoli l’aveva scagionato (il delitto d’onore era in uso), i parenti Avalos e i Carafa erano ben decisi a vendicare gli assassinati. Dopo un lungo periodo di duro isolamento, sedati i postumi del tremendo fatto di “cronaca nera” che aveva decapitato al vertice l’aristocrazia partenopea, Carlo Gesualdo uscì dalla sua fortezza e si recò a Ferrara dal duca Alfonso II, che gli predispose il matrimonio con la propria cugina, Eleonora d’Este, da cui sarebbe nato Alfonsino, un bambino precoce ed intelligentissimo destinato però a morire a quattro anni per febbri infantili

L’ambiente artistico di Ferrara, pur raffinato, non incontrò i gusti di Gesualdo, che finì coll’allontanarsene per tornare nelle sue terre lucane. Segnato da un temperamento introverso, saturnino, afflitto da rimorsi, emicranie, crisi violente di malinconia, fu proprio nei diciassette anni di permanenza continuativa nel castello che poté dedicarsi interamente alla musica diventando ciò che in effetti era, “il principe dei musici”. Raggiunto da Eleonora, fece di quella dimora un luogo d’incontro di musicisti e cantori, una specie di miracoloso Eden fiorito dove il madrigale volava per l’aria. Tutto questo finì nell’agosto 1613 quando, per un banale incidente di caccia, gli morì anche Emanuele, il figlio di Maria che da tempo lo aveva perdonato. Annientato dal nuovo dolore Gesualdo non resse e morì l’8 settembre.

Per quanto fosse un prestigioso suonatore di liuto, scrisse poco di strumentale. Era portato verso la musica vocale polifonica, madrigali e mottetti che pubblicava anonimi o col nome d’un allievo per non screditare la fama del casato. Il suo stile stupì i contemporanei e stupisce ancor oggi, un misto di severo contrappunto e di moderno cromatismo strisciante, quasi un tentativo di piegare la musica a dire ciò che le parole, da sole, non sapranno dire mai. Igor Strawinski, Alfred Schnittke, Peter Őtvos, Salvatore Sciarrino e così via, tutti i grandi compositori del ‘900 gli hanno dedicato opere ed arrangiamenti. Della sua tragica vicenda si è anche impadronita l’arte cinematografica con molti titoli. Ma forse l’omaggio più sentito è stato quello di Franco Battiato, che in un brano a lui intitolato, partendo da un tappeto di soffici armonie, fa rivivere tutti gli amari dissidi del principe di Venosa.

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