Il 16 dicembre scorso è stato il 249°.

Duecentoquarantanovesimo di cosa? chiederete voi, un po’ incuriositi e un po’ spazientiti. Ma si chiede? – rispondo io – il duecentoquarantanovesimo compleanno di Beethoven! Non ricordate Linus, Charlie Brown, Lucy, i peanuts di Charles Schulz? Non ricordate il ragazzino fanatico chiamato Schroeder che suonava furiosamente il pianoforte e che ogni dicembre attendeva il 16 per celebrare una specie di sua personalissima festa nazionale?

Ebbene, siamo quasi sul punto di fare cifra tonda. E  sappiate che a partire da adesso e per la bellezza di dodici mesi saremo bombardati da musiche beethoveniane d’ogni tipo e genere per celebrare il favoloso 250° anniversario della sua nascita.

Ho visitato la stanza dove è nato, un’angusta soffitta al Nr 515 della Bonngasse, nel vecchio centro di Bonn, presso la chiesa di San Remigio, col grande Reno che scorre a pochi passi. Ludwig era il secondogenito (il primogenito morì a soli sei giorni) di Maddalena Keverich, donna gentile e sensibile, e di Johann, tenore alla corte vescovile di Bonn-Colonia: lei tisica, lui alcolizzato. Gli antenati di parte materna gli provenivano dalla Mosella, probabilmente da Köverich (da cui deriverebbe il cognome); per parte paterna risalivano invece alle Fiandre e al Brabante ed erano localizzati nel triangolo Bruxelles-Malines-Lovanio: gente che aveva fatto tutti i mestieri, ortolani, artigiani, falegnami, sarti, mercanti (persino ci fu una strega bruciata sul rogo). Per curiosità si può dire che il cognome van Beethoven significa letteralmente “dall’orto delle barbabietole” ed è possibile che derivi dal villaggio belga Bettenhoven (fr. Bettincourt): “…quel nome, che nei tempi futuri sarà evocatore di sublimi mondi sonori, trae il proprio etimo dalla pingue e dolce radice attorno a cui si affaticarono le zappe degli antenati dell’autore della Nona” (Carli Ballola).

La “vena musicale” della famiglia si impose tardi, solo col nonno Ludwig, personaggio autorevole che a Bonn fece una buona carriera ottenendo il grado di Kappelmeister, senza però tralasciare un secondo lavoro collegato all’importazione e commercio dei vini, cosa fatale a sua moglie, che si interessò all’alcool al punto di dover essere rinchiusa in una casa di cura, ed al figlio Johann, i cui eccessi pedagogici si devono forse a problemi inerenti. Resosi infatti conto delle straordinarie attitudini del bambino, Johann pensò di farne, a scopo di lucro, una specie di prodigio sul genere di Mozart. Ma non era certo un Leopold Mozart! Aveva modi rudi, insensati, il suo insegnamento era duro e vessatorio, costringeva per ore ed ore un bimbo di quattro anni al clavicembalo, spesso tirandolo giù dal letto nel cuore della notte perché si esercitasse fino all’alba. Da rischiare seriamente di fargli perdere la voglia di occuparsi di musica per il resto dei suoi giorni! Quest’infanzia infelicissima si mitigò quando Johann stesso si rese conto di non essere in grado di insegnare più niente al figlio; lo passò prima ad alcuni pseudo-maestri con cui condivideva interessi più enologici che musicali, poi a Christian Gottlob Neefe: un musicista colto, moderno, con pretese di letterato, esteta e filosofo, che spinse il ragazzino “chiuso, stravagante e scontroso” verso mete intellettuali impensate. Tenuto conto che ancor prima degli undici anni l’allievo mostrava grande propensione per il comporre, fu proprio dietro la spinta di Neefe che verrà pubblicata la sua prima composizione in assoluto, le “Variazioni su una marcia di Dressler” (1782). Inserito nell’ambiente di corte, il fanciullo Beethoven otterrà (cinquanta fiorini all’anno) la nomina a secondo organista con l’obbligo di suonare la viola nell’orchestra del principe-vescovo; il conseguente allargamento delle conoscenze gli farà frequentare la raffinata casa dei von Breuning, ricevendo, insieme ai ragazzi suoi coetanei, un’educazione di ampio respiro, che lo porterà poi ad iscriversi alla facoltà di Filosofia (pur senza troppo frequentarla, dati gli impegni di lavoro).

Coronamento di questo primo grande momento fu il viaggio a Vienna a cui, diciassettenne, fu spinto dai suoi sostenitori: un breve incontro con Mozart – si dice – e subito dopo una corsa a rotta di collo verso casa in quanto la mamma, “la mia migliore amica”, disse, era moribonda.

Con la grave perdita della mamma finì la sua breve, troppo breve adolescenza. Lo attendevano dure incombenze famigliari, occuparsi dei due fratelli più piccoli e del padre stesso ormai distrutto dall’alcool, di cui sarà nominato “tutore” ricevendone il salario per non che se lo bevesse.  Il piccolo e sicuro mondo di Bonn stava ormai per crollare sotto le spinte della Rivoluzione Francese.

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Luisa Forlano
Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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