In banda le flautiste sono davanti al maestro, sarà per caso? Vediamo prima la sua storia, poi faremo qualche ipotesi.
Il flauto è il più antico degli strumenti musicali, non credo ci siano dubbi.  Lo vediamo raffigurato in graffiti preistorici, nei reperti dell’antichità greca e romana (aulos), è usato da popoli antichissimi di tutte le regioni del pianeta, si basa sul semplicissimo principio del fischio e su una sezione di canna. L’ aria soffiata nel foro di un cannello (il “labium” o fischietto) o trasversalmente su un foro aperto su cui appoggia il labbro, produce un suono che viene modulato aprendo e chiudendo con le dita i fori lungo il corpo della canna.
Il più semplice, tenuto in posizione diritta, è detto flauto dolce per la soavità del suono e lo impariamo a scuola come prima esperienza pratica di musica.
L’invenzione dell’ancia, interposta nel foro dove si soffia, ha permesso la creazione di famiglie di strumenti a forma conica più evoluti e potenti, clarinetti, sassofoni, oboi.
Ha centinaia di varianti e derivazioni nazionali, come l’antico flauto di Pan a canne affiancate trasvolato dalla antica Grecia alla musica andina, il lungo ney dei mistici sufi, il whistle (fischietto) irlandese, l’ocarina, solo per citarne alcuni.
E poi, per aumentarne la forza, l’aria viene compressa in otri di pelle gonfiati a bocca, nella zampogna e nella cornamusa scozzese o con un mantice a braccio, nelle uillean pipes irlandesi. Principio che ispira anche gli organi da chiesa, che altro non sono che un monumentale gruppo di piccoli, medi ed enormi tubi forati, “canne labiali”, in cui l’aria è sospinta da un mantice meccanico, oggi motorizzato ma un tempo azionato dai giovani aiutanti dell’organista tramite una grande ruota a manovella.
Ma veniamo alla versione più moderna ed usuale in banda e orchestra, il flauto traverso. Più anticamente di legno, oggi è costruito in metalli talvolta anche pregiati; chi di noi è più maturo si ricorda il famoso il flauto d’oro di Severino Gazzelloni. Conserva la dolcezza del suo umile antenato, ma con la forza e la sonorità che gli viene conferita dai materiali moderni e le possibilità tecniche offerte dalla ampia dotazione di chiavi.
Grande protagonista nella musica classica di tutti i tempi il flauto è stato invece poco usato nel jazz. Invece, anche grazie alle tecnologie di amplificazione ed elettrificazione del suono, si impone nel pop anni 70 ad opera di musicisti innovatori come complemento ed estensione della loro vocalità. Citiamo i britannici Ian Anderson e Peter Gabriel ed i nostri Fossati, Pagani ed anche Branduardi che ne smontano l’immagine melensa per farne un co-protagonista della loro musica originale “con l’anima dentro”.
È uno strumento a vocazione solista, di canto e controcanto, il flauto in banda deve imporsi su una massa sonora alle sue spalle che rischia di sovrastarlo. Il gruppo di flauti è solitamente poco numeroso e con prevalente presenza femminile, che ne ingentilisce ancora di più il suono. Il maestro le osserva, le incoraggia, le sostiene ed impone a tutti il piano e pianissimo quando devono emergere le loro trame sottili e delicate.
Ma in banda è ben presente anche il fratello più piccolo, l’ottavino, che a dispetto della sua dimensione minuscola è molto meno delicato. Decisamente sfacciato, sarà per le frequenze acute a cui l’orecchio umano è parecchio sensibile, si impone su tutti tanto da dover spesso costringere il maestro a richiamarlo all’ordine.

Classe 1958, ex dirigente di azienda, torinese di nascita, ho una famiglia che unisce Sud e Nord, Italia ed Europa. Mi sono diplomato al liceo classico ed ho conseguito la laurea in Economia a Torino. In azienda mi sono occupato di controllo di gestione, amministrazione, personale. Ho lavorato oltre 15 anni in paesi esteri dirigendo piccole filiali del gruppo al quale ho dedicato tutta la mia carriera. Ho così avuto l’opportunità di avvicinarmi a lingue straniere e scoprire culture antichissime; ho provato a capire la gente di altri paesi vivendoci un po’ insieme ed ho imparato che quello che ci divide sono solo i preconcetti ma anche, troppo spesso, il peso della Storia. Una volta in pensione mi sono dedicato da una parte al volontariato, utilizzando le mie competenze a beneficio del terzo settore, dall’altro ho ripreso la passione per la musica che mi aveva sempre accompagnato, in verità senza grandi risultati. All’età della pensione ho iniziato a studiare e praticare uno strumento a fiato che mi ha permesso di introdurmi nel meraviglioso mondo delle bande musicali piemontesi. Per Cose Nostre scrivo della Filarmonica Cerettese ed in generale di temi relativi all’associazionismo musicale popolare.

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