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lunedì, Giugno 17, 2024

    L’irresistibile forza del valzer

    Come sempre succede, nei giorni all’inizio dell’anno siamo stati bombardati da valzer d’ogni tipo e genere, e in particolare dai valzer viennesi, diffusi nel Concerto di Capodanno dell’Orchestra Filarmonica di Vienna; una tradizione iniziata nel lontano 1939 e che in Eurovisione si perpetua dal 1959 (ricordate il mitico Willi Boskowsky?)

    Ma da dove ci arriva questa musica multiforme, diretta, suadente, che ormai da secoli ci accompagna nei momenti di gioia e festività? Una musica inossidabile, che non ha nessuna voglia di cedere alle mode e ritirarsi in buon ordine come superata? Dobbiamo andare molto indietro e risalire al “laendler”, un ballo contadinesco originario di Tirolo, Stiria, Baviera. Lo si trova già in antiche intavolature di liuto, ma solo nel ‘600 incominciò ad assumere il nome di laendler. E’ una semplice danza in ritmo ternario composta da due parti di 8 battute, di cui la seconda quasi sempre è una variazione della prima. In tanti ne furono sedotti. Mozart, Haydn, Hummel, Schubert, Beethoven, ne scrissero di graziosissime; lo stesso Beethoven, inserendola fra i movimenti di uno dei suoi quartetti più ardui dell’ultimo stile, l’op.130, volle chiamarla, forse con tenera nostalgia, “alla danza tedesca”.

    In quegli anni il laendler già si era evoluto verso la vera forma del valzer, che è dotato di maggiore complessità melodica e ritmica. Ad introdurlo in Francia era stata la stessa regina Maria Antonietta, che ne andava matta, per cui già negli anni ’80 del ‘700 risuonava in ogni sala o salotto parigino. Il suo successo fu tale che poco per volta soppiantò tutte le altre danze circolanti, non solo il paludato minuetto, ma anche scozzesi, gavotte, countrydance ecc. diventando il medium più ricercato nei ritrovi e nelle feste. Considerato inizialmente un tantino osé perché i danzatori volteggiavano allacciati, in breve superò dubbi moralistici e si impose dovunque, anche oltre Atlantico. In questa metamorfosi ebbe molto rilievo Carl Maria von Weber con il suo “Invito alla danza”, un valzer trascinante che all’inizio dell’800 bucò ogni indice d’ascolto (se posso esprimermi così) ed ebbe la fortuna di venire magistralmente orchestrato da Hector Berlioz.

    Ma ovviamente il luogo da cui il valzer prese slancio, si perfezionò e si raffinò fino a raggiungere modelli musicali impensati, fu la capitale dell’Impero Asburgico, Vienna. Nella prima metà dell’800 Joseph Lanner, considerato il reale inventore del “valzer viennese”, lo portò a dei livelli di dignità artistica che gli fecero perdere definitivamente l’impronta di ingenua danza contadina, aprendogli le porte dell’alta società e portandolo ad essere apprezzato sia come ballo che come musica da concerto. Lanner, morto giovane, ebbe un grande rivale nel “secondo padre” del valzer, cioè Johann Strauss senior (autore fra l’altro della famosa Marcia Radetzky). E fu con uno dei suoi figli, il celeberrimo Johann Strauss junior, che il valzer trovò finalmente il suo Re. L’incredibile abbondanza della produzione di Johann jr, quasi tutta di gran livello, l’impeto trascinante che vi impresse, la sofisticata e ancor oggi insuperata orchestrazione di cui rivestì le idee e i temi strabocchevoli, fecero di lui (autore anche di operette ancor oggi eseguitissime, come “Il Pipistrello”) un mago del suono di prima grandezza, e del semplice ballo danzato nelle aie dei contadini qualcosa di sfolgorante, esaltato, quasi trascendentale. Tutti i suoi brani dai titoli fantasiosissimi potrebbero comodamente essere definiti dei “poemi sinfonici”. E’ noto l’episodio di Johannes Brahms quando, al Prater, restò piacevolmente colpito da una musica che volava per l’aria, era un valzer straussiano, e mentre il suo accompagnatore storceva il naso un po’ snob, lui sospirò dicendo: questa musica è così bella! Peccato che non sia di Brahms!

    Il valzer non smise mai di affinarsi e evolversi. Si ammorbidì col pianoforte di Chopin, s’ingigantì con sinfonisti come Chaikowskij e Mahler, si mescolò a polche e galop con Offenbach, si allargò nel canto umano con Verdi e Gounod… E dopo d’essersi rinforzato ben bene nei balletti chaikowskiani, giunse anche a  travestirsi da “valzer lento”, “valzer musette”, “tango vals”, ritrovando gli accompagnamenti ingenui  dell’origine, vale a dire il piffero, il clarinetto, la cornamusa, l’organetto. Insomma conquistò ogni stile e ogni angolo di mondo.

    La versione novecentesca che forse ammiro di più è quella degli chansonniers francesi, Charles Trenet, Georges Brassens, Jacques Brel, Edith Piaff, che nel francesissimo “valzer musette”, con l’uso della fisarmonica, aggiunsero la caratteristica timbrica che ancora gli mancava,  struggente e brillante insieme.  Dopo di che, strano a  dirsi, il valzer fu persino usato nella musica jazz, con Bill Evans, che spesso usò il tempo di ¾ in un irresistibile ritmo di swing.

                                                                                                                                                  Luisa Forlano

     

     

     

     

     

     

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    Luisa Forlano
    Luisa Forlano
    Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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