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sabato, Luglio 13, 2024

    Note dal silenzio

    Tempo fa da queste colonne abbiamo parlato in modo generico delle donne compositrici. Ma lo scorso Natale ho ricevuto in dono un libro molto approfondito e stimolante, opera della storica inglese Anna Beer che ha dedicato tempo, ricerche e capacità per risuscitare dal buio del passato le vite di alcune compositrici, per l’esattezza otto, in un periodo che va dalla fine del ‘500 al ‘900. L’argomento è svolto in modo tanto avvincente che mi ci vorrebbero otto numeri di “Cose Nostre” per fare onore alle biografate – che chiamerei le “Magnifiche Otto” – e ognuna di esse, credetemi, lo meriterebbe.
    Nel complesso ci si trova di fronte a creature meravigliose che accettarono la sfida di “essere” in un mondo che le relegava a “non essere” (le “Note dal silenzio” a cui allude il titolo), che si sforzarono di esternare l’empito creativo che ospitavano in sé, che si videro costrette a lottare per poterlo mantenere in vita, che dovettero affrontare battaglie durissime per svincolarsi dagli archetipi della vita di una donna: gravidanze, parti, allattamento, fasce, pappine…
    Del resto essere compositrice fu sempre considerata cosa astrusa e bizzarra. Se fin dall’antichità sono esistiti casi di donne dedite all’arte (del resto le Muse erano nove femmine!), se c’erano poetesse, scrittrici, pittrici, a volte addirittura teatranti, e, in campo musicale, suonatrici di strumenti come l’aulos o l’arpa; e se, specie dal Rinascimento in poi, si accettava che nella musica la donna avesse un ruolo di spicco come interprete virtuosa, cioè di esecutrice sia di voce che di strumenti – malgrado ciò il solo pensiero che la mente di una donna potesse “creare” mandava in crisi anche i più larghi d’idee, che potevano essere fratelli padri e mariti di quelle sconsiderate aspiranti “creatrici”. Erano viste come un vero e proprio scherzo di natura.
    Nel volume della Beer si trovano i luminosi esempi delle seicentesche Francesca Caccini e Barbara Strozzi; della dominatrice della corte del Re Sole, Elisabeth Jacquet de la Guerre; le due maggiori compositrici dell’800, Clara Wieck Schumann e Fanny Mendelssohn Hensel; la straordinaria Lili Boulanger, “insegnante di tutti”; oltre alla più attuale ma non meno impegnata nella battaglia per imporsi, l’inglese Elisabeth Maconchy. Ma di tutto questo folto gruppo mi piace portare l’attenzione sulla meno nota, Marianna Martines.
    Viennese, Marianna non dovette lottare come quasi tutte le predette colleghe: nata in una famiglia di buona borghesia con ascendenze spagnole, da genitori che anziché frenarla la spronavano, con fratelli e sorelle tutti musicisti come lei, scelse di vivere una vita semplice, dedita all’arte. Nata nel 1744, aveva una decina d’anni più di Mozart, ma al contrario di Mozart non si mosse mai dallo stretto quadrilatero di case attorno alla Michaelerkirche dov’era nata. Fin da bambina-prodigio venne spesso invitata a recarsi all’estero per esibizioni e concerti, ma non ne fece mai nulla; i suoi spostamenti furono solo quelli per raggiungere i palazzi cittadini e i salons dei nobili, o lo stesso palazzo imperiale, dove si esibiva al fortepiano con opere proprie, o cantando con bella voce le sue arie, creandosi attorno un’atmosfera di stima e ammirazione. E questo in un mondo in cui c’era ancora chi si chiedeva se “poteva una persona del suo sesso giungere a tanto”.
    A far sbocciare questo virgulto di scienza musicale contribuì il poeta aulico Pietro Metastasio che, già anziano, venne ad abitare nello stesso palazzo dei Martines, dove già risiedeva un concentrato di nobiltà che includeva i Lichnowsky e gli Esterhazy, tutti nello stesso isolato. Metastasio ne intuì il preoce talento, la prese a benvolere, e come un nonno affettuoso la spinse a seguire le lezioni del maestro Nicola Porpora, lezioni memorabili, dove si impratichì di contrappunto con tanta abilità che (pur senza muoversi da Vienna) ricevette un’ambitissima onorificenza dal Padre Martini di Bologna. Sarebbe a dire una laurea honoris causa…
    A soli sedici anni una sua messa in do, ambiziosa per orchestrazione e stile, lasciò sbalorditi “tutti quanti di arte se ne intendono”; di una sua Ouverture diventarono notissime le inebrianti battute iniziali; due suoi oratori, quattro messe e sei mottetti venivano eseguiti di continuo, e persino il viaggiatore e musicologo inglese Burney, più critico che lodatore, giunse ad apprezzarne l’arte magistrale. Quando la sua famiglia, per meriti acquisiti, potè fregiarsi del “von” divenendo così nobile, Marianna restò sempre discreta e modesta. Non si sposò mai. Non volle mai pubblicare, ma di recente la sua corposa produzione manoscritta è stata catalogata e si pensa di editarla prossimamente. La vicinanza di tempo e luogo rese inevitabili i suoi contatti con Mozart ed Haydn, che molto l’apprezzavano; si dice persino che Mozart avesse un po’ di soggezione di lei e della sua bravura. Che spettacolo sarebbe, poterli vedere, quei due, suonare insieme a quattro mani!

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    Luisa Forlano
    Luisa Forlano
    Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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