Nel cartellone del Teatro Regio di quest’anno viene ricordato Antonio Salieri con un’opera a suo tempo assai nota e oggi di rado eseguita, “La Scuola dei Gelosi”. È l’occasione per rivalutare un compositore italiano ingiustamente trascurato; una nostra gloria del ‘700 che ebbe la sfortuna d’essere contemporaneo e vicino di casa di geni di formato extralarge (forse i più grandi di tutta la storia della musica) finendo poi, nel confronto, coll’impallidire. Una ulteriore sfortuna lo coinvolse in una “leggenda metropolitana” secondo cui, roso da invincibile invidia verso Mozart, ne avrebbe causato la morte per avvelenamento. Diciamo subito che è una supposizione priva di qualunque fondamento storico ma, avanzata nell’800 da Puškin (da cui derivò l’operina “Mozart e Salieri” di Rimskij-Korsakov) e in tempi più recenti da Peter Shaffer (da cui fu tratto il noto film di Miloš Forman “Amadeus”), continua a godere di una certa malaugurata fortuna.
Nato a Legnago (Verona) nel 1750, quindi di qualche anno più anziano di Mozart, studiò coi migliori insegnanti dell’epoca e conobbe presto felicissimi esordi a Venezia. Apprezzato e conteso da tutti i teatri italiani d’importanza (fu proprio con la sua opera “Europa riconosciuta” che il 3 agosto 1778 fu inaugurato a Milano il nuovo Teatro Alla Scala), venne chiamato da Giuseppe II alla corte di Vienna, dove raggiunse l’apice della carriera ottenendo il titolo di Hofkappelmeister. Prevalentemente operista di genere buffo (anche se di lui si ricordano concerti solistici di raffinata fattura e bei brani di musica sacra, tra cui un Requiem in do minore scritto per i propri funerali), la sua fama resta tuttora legata ai titoli operistici, fra cui “La grotta di Trofonio” su testo di Giovan Battista Casti, e il suo “Falstaff”, forse il primo tentativo di musicare le “Allegre Comari di Windsor” di Shakespeare, cent’anni prima del Falstaff che scriverà Giuseppe Verdi. Il suo stile di canto è lineare, limpido, peculiarmente “italiano”: tempo fa ho ascoltato un CD in cui il mezzosoprano Cecilia Bartoli esegue alcune suoi brani, e ne sono rimasta piacevolmente colpita.
Durante tutti gli anni viennesi i suoi rapporti con Mozart furono di stima  condita da un pizzico di rivalità, ma non si hanno notizie di seri attriti fra loro. Anzi, quando Salieri fu nominato Kappelmeister, invece che  festeggiare con un’opera propria volle curare l’allestimento di una riedizione delle “Nozze di Figaro”. In effetti quello dei due che avrebbe avuto buone ragioni per covare dei risentimenti era, se mai, Mozart: in Salieri vedeva l’artista che gestiva la propria abilità compositiva in modo da ricavare il successo anche economico che lui da sempre inseguiva. L’accaparramento delle cariche presso la corte viennese faceva di Salieri un “arrivato”, mentre Mozart restava in eterna attesa del colpo di fortuna che gli portasse la sospirata “sistemazione”.
Salieri fu un ottimo insegnante ed ebbe fra i suoi allievi Beethoven, Hummel, Liszt, Weigl, lo stesso figlio minore di Mozart Franz Xaver, e infine Schubert. Purtroppo nei suoi ultimi anni (morì settantacinquenne nel 1825) venne colpito da varie patologie, divenne cieco e fu ricoverato in ospedale perché pativa di severi episodi arteriosclerotici durante i quali, farneticando, sembra che si autoaccusasse della morte di Mozart. Di questo si parla anche nei quaderni di conversazione di Beethoven, su cui spesso venivano ospitati fatterelli di cronaca spicciola: “Salieri sta di nuovo malissimo” scrive uno degli amici “È completamente abbattuto, delira sempre dicendo che è colpevole della morte di Mozart e che gli ha dato il veleno”. Dall’andamento dei colloqui si può dedurre che Beethoven (di cui non abbiamo le risposte) fosse incredulo e ritenesse quelle voci degli sproloqui.
Non così il poeta Aleksandr Puškin che, pochi anni dopo, nel 1830, scrisse un breve poemetto (inizialmente intitolato “Invidia”) in cui si descrive un Salieri roso e distrutto dalla consapevolezza di non possedere il genio cristallino di Mozart per cui finisce coll’avvelenarlo. “Se Salieri non ha ucciso Mozart” è stato detto “di sicuro Puškin ha ucciso Salieri”. Infatti quest’ipotesi priva di fondamento ebbe un gran successo, cavalcò gli anni e persino i secoli, visto che ancor oggi la si dà praticamente per vera nel film “Amadeus”, e giunse ad offuscare la personalità del compositore di Legnago.
Ben venga dunque l’amabile ripescaggio della sua “Scuola dei Gelosi”,  un’opera (1778) che restò a lungo in repertorio nei teatri di tutt’Europa. Ora potremo gustare anche sulle scene torinesi gli ariosi e i pezzi d’insieme che adornano un testo di Caterino Mazzolà lodato per brio e che anticipa d’un decennio le creazioni di Da Ponte e Mozart. “Un opéra charmant” scrisse Goethe, entusiasta “Il y a une richesse, une varieté étonnante, et tout est traité avec un goût très délicat.” Con un simile salvacondotto credo che le porte del Teatro Regio si spalancheranno al maggior numero possibile di spettatori.

Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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