Cinquant’anni da abbonata

Teatro Regio di Torino, 1973- 2023

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Oggi vi racconterò una storia di quand’ero giovane e bella.
Fin da bambina sono stata presa da una gran passione per la musica, ovviamente nel modo istintivo e sconclusionato dei melomani: amavo ascoltare e quindi ascoltavo tutto il santo giorno. Quando venne il momento di decidere “cosa farai da grande”, consapevole del fatto che nessuno sbocco professionale avrebbe potuto includere una simile passione, e non sentendomi portata verso attività quasi naturali per una donna, a esempio l’insegnamento, mi capitò, non cercata, un’offerta di lavoro (a quei tempi era il lavoro che cercava i giovani, non viceversa) e l’accettai, felicissima di misurarmi con la realtà del mondo materiale e intanto mantenermi, me e i miei hobbies. Una ragazzina sicuramente un po’ svitata che imparava a vivere.
Dopo qualche anno di gavetta, di cui non starò a dire, un bel giorno ebbi il mio primo aumento di stipendio e subito pensai a un suo saggio utilizzo, cioè abbonarmi alla stagione lirica del Teatro Regio (già gestivo gli abbonamenti alle società concertistiche, che però erano meno “salati”). Il Regio era allora, e tuttora è, un esborso non da poco, ma io mi ci buttai a costo di dimensionare altre voci di spesa.
Era l’aprile del 1973 e proprio in quei giorni, dopo l’interminabile attesa seguita al fatale incendio del febbraio 1936, il nostro Teatro Lirico riapriva finalmente le sue porte con la nuovissima ed originalissima struttura di Carlo Mollino. Entrai per quelle porte. E dopo i primi fatidici “Vespri Siciliani” promossi da Maria Callas come regista, tutte le stagioni successive, fino ai giorni nostri, mi hanno vista partecipe. Non ricordo d’aver mai mancato all’appello; forse solo una volta per un’influenza, e un’altra perché ero in viaggio.
C’è da dire che in quei lontani inizi le nostre strutture, il coro e l’orchestra, ma in particolare l’orchestra, necessitavano d’un perfezionamento e d’una capacità di visione più vasta, che sarebbe giunta solo allargando il repertorio al campo sinfonico con la fondazione della “Filarmonica TRT”. Da lì i Nostri avrebbero messo le ali e l’orchestra si sarebbe confermata come una tra le migliori d’Italia.
Ora, in questo 2023 in cui si commemora il 50°, sento ancora tutti i fremiti di quei giorni lontani. Certo non più “ragazzina”, ma pur sempre affamata di musica, ritengo d’avere accumulato un bel bagaglio di esperienze: da un calcolo approssimato, oltre 420 titoli ascoltati e visti. Pensavo ad essi durante l’incontro organizzato dal Regio per presentare ai giornalisti l’ampio documentario “Regio 50” – trasmesso poi su Canale Rai-5 – e valutavo quanto fosse arduo risalire il corso degli anni e farne una cernita o un sunto. Guardavo il filmato, e nella consapevolezza di dimenticare moltissimi momenti persino più importanti di quelli che cito, ondate di ricordi in ordine sparso mi facevano balenare l’antica “Fanciulla del West” con Placido Domingo & Carol Neblett, o il “Macbeth” di Renato Bruson diretto da Fernando Previtali, o l’inarrivabile “Semiramide” con Lucia Valentini Terrani… Rivedevo le tante istruttive incursioni sul Verdi giovane, da me allora trascurato e scoperto grazie al Regio; e le riproposte non solo dei due titoli pucciniani nati al Regio, “Manon Lescaut” e “La Bohème”, considerati “nostri”, ma anche di rarità come “La Rondine” o “Edgar”.
In effetti i meriti educativi di questo teatro, che non mi ha fatto mai mancare almeno un Mozart a stagione, sono stati innumerevoli. Fra i ricordi più antichi, il sontuoso Monteverdi della “Incoronazione di Poppea”, il sogno sospeso fuori dal tempo di “Capriccio” di Strauss, l’elegante neoclassicismo della “Carriera d’un Libertino” di Stravinsky. E non posso non citare la travolgente genialità della messa in scena dell’ “Angelo di Fuoco” di Prokofiev, o la terrificante Anna Caterina Antonacci sul relitto della nave Argo, in “Medea” (non riuscii a dormire, quella notte!). Ed anche la fantasmagorica “Donna Serpente” di Casella, fortemente voluta da Gianandrea Noseda, e l’amabile “Candide” di Bernstein (un’operina che, appena finita, avrei voluto risentire da capo).  Ricordo lo sforzo eccezionale effettuato nel mettere in scena, alternandoli, il “Don Carlos” francese originale in cinque atti e l’ultima versione del 1884, un’impresa da mandare letteralmente in orbita una doncarlista come me! A cui aggiungo la performance semplicemente perfetta di “Simon Boccanegra” con le scene e la regia di Sylvano Bussotti: avrebbe dovuto esserci ripresentato nella primavera del 2020, se non fosse arrivato quel maledetto Covid! E che dire dei soavi “Puritani” di Michele Mariotti? Dell’eroico “Fidelio” con la regia di Mario Martone”? Del languore intenerito del “Così Fan Tutte” di Ettore Scola? eccetera eccetera…
Mentre mi perdevo in questi pensieri cercando di dargli una forma (e mi scuso se non ci sono riuscita) nel Foyer del Toro finivano di scorrere le immagini del documentario, e un altro richiamo, il richiamo dei “lieti calici”, mi faceva balzare in piedi per brindare al futuro del nostro teatro. Bollicine, perlage, memorie, ricordi…

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Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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