Vivandiere e grognards…

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Quando si tratta di ascoltare qualcosa dell’ “ultimo Donizetti” (intendo del suo ultimo quinquennio) vengo sempre presa, forse per un mio eccesso di sensibilità, da una tristezza infinita. Sento la vita che palpita nei suoi ultimi capolavori, e me ne dolgo, pensando all’abisso invisibile entro cui stava per mettere il piede.

Ed è in quel periodo che si deve inserire l’opéra-comique “La Fille du Regiment (1840), recentemente ripropostaci, dopo quasi 30 anni, dal Teatro Regio; la sola opéra-comique – cioè numeri musicali alternati al parlato – mai scritta da un compositore italiano. Ma come si sa Donizetti era una “spugna” che dovunque andasse assorbiva stili, generi, abitudini e tradizioni, al punto che nessuno potrebbe non ritenerla la musica più genuinamente francese che ci sia.

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A Parigi ci era giunto nel 1838, attirato da importanti progetti che includevano, fra l’altro, il rifacimento del “Poliuto” in “Les Martyrs” e il grand-opéra “La Favorita”.  Lasciati alle spalle i trionfi di Napoli e Milano, e pur continuando a fare la spola fra l’Italia e Vienna (al Kärntnertortheater era compositore fisso), in un momento di grande fervore creativo in cui “le melodie gli uscivano dai pori” decise di fermarsi a Parigi, di cui apprezzava lo spirito libero e dove, malgrado le beghe, le rivalità, lo sciovinismo spesso feroce dei colleghi francesi, il suo nome correva in tutti i teatri e coglieva successi a man bassa.

Iniziava il periodo più intenso e più estenuante di tutta la sua prolifica carriera. Sull’inizio, preso da tanti impegni, non ci si stupiva se veniva colto da attacchi di amnesia o se rimaneva stralunato a cercare il bandolo di un discorso. Del resto si riprendeva presto ed era sempre in viaggio per seguire le prime delle sue opere. Ma in una di queste trasferte, a Vienna, ebbe un peggioramento più severo; andatura malferma, incapacità di concentrazione, mania di persecuzione, attacchi furiosi in cui gridava che lo avevano avvelenato. Tornato a Parigi, il suo stato non potè essere tenuto nascosto, i progetti di lavoro furono ad uno ad uno accantonati, e dalla seconda metà del 1845 lo stato fisico si fece così grave da costringere il fratello Giuseppe (il “Donizetti turco”) a partire da Costantinopoli e venire a soccorrerlo insieme col figlio Andrea. A quel punto tenere anche solo sollevata la testa per pochi minuti era superiore alle forze del malato, ormai preda degli esiti ultimi della sifilide cerebrospinale, malattia spietata che allora faceva migliaia di vittime e che probabilmente era già stata la causa della morte della moglie Virginia e dei due figlioletti neonati. L’uomo che ancora due anni prima aveva scritto in undici giorni quel meraviglioso riassunto della tradizione artistica e storica dell’opera buffa italiana, che è “Don Pasquale”, venne ricoverato nel nosocomio di Ivry, dove restò per oltre sedici mesi in un ambiente prossimo a fare impazzire i sani, e dove conobbe lo spegnimento progressivo delle sue facoltà mentali. Dopo molte dispute e contese coi medici francesi, che non volevano dimetterlo, il nipote Andrea riuscì a riportarlo a Bergamo, dove visse ancora, ottenebrato, fino all’8 aprile 1848.

Mi scuso per aver trattato un argomento così angoscioso!

A disperdere queste terribili visioni, niente di meglio che tornare a quella “figlia del reggimento” ripropostaci di recente in un’ottima esecuzione ed interpretazione. Di solito i testi musicali di Donizetti non hanno legami con la contemporaneità, ma questo, inventato da Bayard & de Saint-Georges, è un’eccezione, in quanto particolarmente ben inserito in quel momento storico di gran recupero delle glorie napoleoniche. Proprio nel dicembre 1840, dopo lunghe trattative con l’Inghilterra, sarebbero ritornate in Francia le ceneri dell’Empereur, ed in preparazione di tanto evento niente di meglio che esaltare i valori militari di trent’anni prima, mettere in scena canti ed inni patriottici, veterani, rataplan, sventolio di bandiere, e (last but not least) amabili vivandiere… il tutto attraverso la maturità nell’utilizzo della lingua francese e la giustezza ritmica di Donizetti (riconosciutagli persino dai francesi). L’opera si calò subito nel cuore dei parigini, al punto d’essere usata per festeggiare, in tutta la Francia, il 14 luglio. “Confesso che vorrei averla scritta io!” esclamò Mendelssohn a Londra, di fronte a chi la denigrava.

Alla storia semplice e ingenua si accompagna una musica abbastanza sofisticata, che tiene conto delle abilità virtuosistiche dei primi interpreti, e che, malgrado le interruzioni per il parlato, resta incollata al testo come un abito fatto su misura. Personalmente, si tratti di opéra-comique o di Singspiel,  temo sempre l’effetto degli stacchi tra prosa e canto, ma Donizetti è stato così bravo da farli sfumare uno dentro l’altro in modo quasi inavvertibile. Così ci si può dolcemente abbandonare alla favola di un idillio sbocciato sotto gli occhi bonariamente ruvidi dei “grognards”, e sorridere alla sua lieve grazia maliziosa: “Voyons, écoutons… écoutons et jugeons!…”

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Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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