Keith Haring (1958-1990) vive pienamente la rutilante New York anni ottanta, al fianco di Andy Warhol, Basquiat, Madonna, Michael Jackson, Boy George, e si spegne, in questo firmamento sfolgorante, a soli 31 anni.

Egli ama i fumetti, frequenta scuole d’arte, sperimenta l’arte astratta, il video making e la performance; studiando i pittori del passato, scopre corrispondenze fra le proprie opere e quelle di Dubuffet ed Alechinsky. Da Christo impara l’importanza di coinvolgere le persone nelle iniziative artistiche e da Warhol attinge le abilità imprenditoriali; si appassiona altresì al graffitismo.

Il giovane disegna sugli spazi pubblicitari vuoti della metro di New York, compiendo performances ove interagisce con un pubblico favorevolmente critico.

Haring frequenta il Club 57 ed il Mudd Club di Manhattan, mentre una mostra personale viene allestita nella galleria di Tony Shafrazi (l’ex-artista che vandalizzò “Guernica” di Picasso nel 1974). Robert Hughes intanto critica aspramente Warhol, Basquiat ed Haring, giunti ad una fama internazionale nonostante, secondo il critico, cavalchino un successo basato più sul mercato che sulle capacità artistiche.

Haring coinvolge centinaia di bambini nelle performances pittoriche e dipinge murales in numerosi ospedali, orfanotrofi e centri per bimbi di tutto il mondo.

Nel 1986 a SoHo si inaugura  il Pop Shop. Il concetto di riproducibilità -caratteristica dell’opera di Warhol- trasforma le opere d’arte in gadgets “popolari”, acquistabili a basso prezzo, dunque accessibili a chiunque.

Si può così vendere arte come si vendono le lattine di Coca Cola, tanto a chi si può permettere l’esclusività di un’opera, quanto all’uomo della classe operaia.

Secondo Walter Benjamin “Nell’istante in cui il criterio dell’autenticità nella produzione dell’arte viene meno, si trasforma anche l’intera funzione dell’arte. Al posto della sua fondazione nel rituale s’instaura la fondazione su un’altra prassi: vale a dire il suo fondarsi sulla politica”.

Warhol volge la tesi di Benjamin a servizio del capitalismo, mentre Haring sembra accogliere la visione “sociale” dell’arte: Warhol intende trasformare in arte le icone della cultura di massa; Haring trasforma invece la propria arte in un’icona della cultura popolare (il “Radiant baby” diviene la sua “tag”).

Quando Haring scopre di essere sieropositivo, s’impegna nelle campagne rivolte ai giovani di informazione sulla prevenzione dal virus HIV.

Percepita come forma di riscatto, “L’arte è l’unica risposta originaria sensata a una prospettiva di possibile distruzione”. Persino l’arte effimera (i graffiti tracciati con il gesso sui muri della metro) diventa un’icona permanente in virtù della fama, una risposta alla caducità della vita, e risulta  definitiva infine quando si radica nella cultura collettiva: “L’arte è vita. La vita è arte”.

Sospeso tra le gallerie d’arte e la strada, in bilico fra gli intellettuali e l’uomo comune, Haring persegue una figurazione “primitiva”, caratterizzata dalla vitalità e dalla leggerezza della rappresentazione, da una spontaneità del tratto che lo spettatore percepisce come familiare. Egli parla di argomenti importanti al lato naif della gente, velando con la spensieratezza la trattazione degli aspetti drammatici del mondo (droga, abuso sessuale, violenza, morte, razzismo, pericolo nucleare, diritti umani e dei bambini, pace e ambiente, pregiudizio, intolleranza e omofobia, autodistruzione, aids).

Nella mostra “Keith Haring. About Art” allestita presso Palazzo Reale a Milano, a cura di Gianni Mercurio (che ha curato altresì il catalogo), in collaborazione con The Keith Haring Foundation (www.haring.com), opere di autori ai quali Haring si ispirò sono affiancate a quelle dell’artista americano, che si riferì a Maestri quali Michelangelo o Bosch.

 

Keith Haring, Untitled, 1983 Inchiostro vinilico su telone di vinile 213,4 x 213,4 cm Courtesy Laurent Strouk © Keith Haring Foundation

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