Nel numero di aprile abbiamo parlato di quello straordinario  monumento di musica sacra che fu ed è la “” di Verdi. Un monumento che riflette il percorso della musica sacra in area cattolica, vale a dire ciò che, dopo lunghe vicende, essa divenne nella seconda metà dell’800 nel paese che può dirsi il più strettamente legato alla Controriforma, cioè l’Italia.

Viene da chiedersi: nei paesi in cui si impose la Riforma Protestante (dal 1531 in poi) quale indirizzo prese la musica sacra? Nel momento tragico in cui la Cristianità si divise dando luogo a centocinquant’anni di guerre e stragi spaventose, alla musica capitò come ai fedeli, dovette seguire l’indirizzo del sovrano regnante, al punto che si potrebbe dire che il celebre motto “cuius regio, eius religio” è valevole non solo per la religione ma anche per la musica.

Due blocchi cominciarono a contrapporsi: da una parte la Chiesa Cattolica, che tentò di sfrondare le molte pratiche musicali legate alla mondanità ed operò forti spinte verso il “serio” e il “purificato”. C’è una leggenda che dice che durante le sessioni del Concilio di Trento si era già deciso di proibire ogni tipo di  musica complicata e virtuosistica, e di tollerare solo il nudo antico ed omofono canto gregoriano di otto secoli prima: meno musica c’è, meglio è, si diceva; quando l’ascolto di una messa di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594) in uno stile polifonico arduo ma elevato e rispettosissimo del testo sacro, convinse i padri conciliari a salvare l’arte da tale declassamento. E’ una leggenda: ma come tutte le leggende adombra una morale sicura: cioè che ci fu un momento in cui, travolti da una specie di “iconoclastia musicale”, rischiammo, noi posteri, di essere privati delle bellezze di tutte le opere sacre a venire.

Peraltro l’indirizzo severo si diluì attorno alla metà del ‘600, in concomitanza con l’imporsi sulle scene teatrali del “recitar cantando” (presto divenuto “opera lirica” tout court). Per aderire al gusto corrente ed edificare gli ascoltatori senza toglier loro il piacere di seguire una “storia”, si concepì un genere intermedio detto “oratorio”, che metteva in atto e commentava episodi biblici in uno stile austero che però a volte strizzava l’occhio all’opera lirica. In questo ambito il più geniale creatore di atmosfere emotive fu Giacomo Carissimi (1605-1674).

Tutt’altra faccenda sul fronte opposto, quello protestante. Esso non si chiuse di fronte a nessun tipo di musica, colta o popolare che fosse. Il principio e la base del futuro gigantesco sviluppo musicale nell’area germanica sta in queste parole di Martin Lutero: “La musica è un dono sublime che Dio ci ha dato, ed è simile alla teologia.”

Mi piacerebbe che i Lettori riflettessero sull’immenso passo avanti in senso spirituale e metafisico fatto compiere da queste parole: “la musica è simile alla teologia.” Lutero capovolge la concezione cattolica secondo cui la musica è tollerabile solo quando si occupa di assunti morali. Per lui la musica ha un valore religioso intrinseco, e se la si accompagna alla parola di Dio non è per aiutarla ad elevarsi, ma perché si tratta di due cose di natura affine. Musicista lui stesso fin da ragazzo, suonatore di liuto e di flauto, in possesso di valide nozioni teoriche, Lutero insistette sulla funzione educativa, oltre che terapeutica e catartica, della musica, raccomandando una pratica musicale attiva, specie nel canto, e per una più pronta comprensione del testo da parte dei fedeli impose l’uso della lingua parlata. Questo spiega l’enorme patrimonio di “canti popolari” da lui salvati per essere inseriti nella liturgia sotto forma di “corali”, spiega il canale privilegiato di contatto fra Dio e l’uomo individuato nel canto dei fedeli, l’utilizzo di tale canto come base di ogni cerimonia religiosa, le “cantate settimanali” a commento di ogni festa comandata, le “passioni” recitate e intonate sulle parole degli Evangelisti.

Spiega – soprattutto – l’ingresso di grandi e nuove personalità nel panorama musicale, tra cui la statura gigantesca di Johann Sebastian Bach, vero frutto maturo del luteranesimo. Non riesco a togliermi dalla mente l’idea che, se fosse stato costretto ad operare in un mondo privo dei dettami luterani, forse oggi avremmo di lui, e del suo valore, un’idea ben diversa.In tutta la storia successiva si videro perciò gli Haydn, i Mozart e i Beethoven, di area cattolica, e i Mendelssohn, gli Schumann e i Brahms, di area protestante, fronteggiarsi a lungo, detentori di due stili differenti. Penso torni utile commemorare tutto ciò proprio quest’anno in cui si celebra il 500° della Riforma Protestante.

 

 

Condividi

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here