Con “LE PAROLE SONO FINITE”, it.ARTSEZIONETEATRO, sulla scia del successo riscontrato con la precedente Rassegna triennale “unoperunougualeundici”, ha inaugurato un nuovo progetto intitolato “Teatriade”, un ciclo di tre rappresentazioni teatrali che ci accompagnerà sino al giugno del 2018.

In questa prima piece, che ripropone, se vogliamo, quella dimensione, cara all’autore, di “lavori in corso”, ritroviamo oggettivamente due personaggi provenienti dal canonico repertorio di Frassa, e non ci interessa di sapere che, ad interpretarli, siano stati proprio Luca Pivano e Simona De Vizia, ormai consueti ed eccellenti interpreti del combattuto complesso contenutistico che rappresenta il motivo centrale della ricerca di it.ARTsezioneteatro, anzi ce lo aspettavamo, quasi lo avremmo preteso, come invitati ad un rito consueto, ad un ricorrente appuntamento conviviale ove un certo rituale, un certo cerimoniale, sono divenuti immancabili ed attesi, ci interessa, invece, sapere che quei due personaggi esistono, sono divenuti reali, quasi sganciandosi definitivamente dai loro stessi interpreti, per assumere un corpo e un’anima propri ed indipendenti, personaggi che tornano, che si materializzano distintamente in una dimensione che abbiamo imparato a riconoscere immediatamente.

Ed è così che, grazie alle rare capacità interpretative di questi due bravissimi attori, abbiamo ritrovato, anche questa volta, sul palcoscenico del Teatro Cervi, due individui che ben conosciamo, due soggetti con i quali ci siamo già incontrati altre volte, due personaggi che vivono, pensano e agiscono in un ambito separato, che, a ben vedere, è quello dei sogni, del pensiero, dell’immaginazione.

Uno, presentatoci con massima perizia recitativa da Luca Pivano, è “quello che passa”, è quel tizio che incontriamo al bancone del bar, che “sa quel che dice”, che ci pare un tipo “a posto” e ci piace come la pensa, concordiamo sulle le sue opinioni, ci fa piacere rivederlo anche se non sappiamo nulla di lui, non sappiamo da dove viene, ne’ dove va.

Il secondo, un personaggio di profonda complessità, ben delineato da Simona De Vizia, è una persona impegnata, una donna, che ragiona con la propria testa, che ha dei principi e pensa in positivo, è pronta a “intervenire”.

E’ certamente un’intellettuale, una persona tutt’altro che superficiale che “ci crede”, che ha ancora voglia di combattere per qualcosa, che si schiera dalla parte di chi “agisce”, di chi è ancora impegnato nella costruzione di un mondo migliore.

Tuttavia, questi due personaggi, sono, per l’appunto, “personaggi” e basta, incorporei, astratti, appartenenti al mondo delle idee, scaturiti dall’azione creativa dell’autore e, solo successivamente, de-vincolati da essa, protesi verso un’affrancatura dai lacci e dalle costrizioni, dai capricci e dalle intenzioni del loro creatore, eppure ancora incerti, confusi, de-stabilizzati.

Non di meno, i loro interrogativi, i loro dubbi, le loro ansie e le loro paure, assomigliano ai nostri interrogativi, ai nostri dubbi, alle nostre ansie e alle nostre paure, in una dimensione, gemella della realtà, che è la dimensione del teatro, dove l’autore, ed essi stessi, si chiedono quale delle due sia la migliore, la più vicina alla verità, a un traguardo sublime di “rivelazione”.

E, infatti, sono proprio loro, alla fine (e non è la prima volta che lo fanno), a chiedere l’intervento dell’autore in persona, inducendolo a entrare in scena per condividere le loro tensioni e trovare le risposte giuste.

Ed ecco il “terzo personaggio”, interpretato magistralmente da Livio Vaschetto (non nuovo al ruolo di “alter ego” del Frassa), che sale sul palco, fra i suoi stessi personaggi, per tentare una spiegazione, azzardare una qualche risposta, per tentare di spingersi, con loro, verso il raggiungimento di un’autentica rivelazione, ma finendo immancabilmente per ammettere la propria inadeguatezza, le proprie debolezze e la propria fragilità, tentando, infine di giustificarsi, di ottenere, almeno, una loro supplicata magnanimità, una sorta di perdono.

La voce di Vaschetto è perfetta, “contemporanea” (come dice Frassa), ideale per varcare. con garbo e sensibilità. quel confine sottile, sempre presente nei lavori di questo Gruppo, fra surrealismo e prosaica quotidianità.

Il finale è toccante, l’autore ci invita a riflettere nell’ambito di un intimo confronto con noi stessi, spera con noi, immagina l’esistenza di un metodo, facile e disponibile, per trovare tutte le risposte, un metodo agilmente rintracciabile, forse, attraverso, egli dice, ” quelle pause… quei silenzi… quegli spazi bianchi che ho lasciato io… qua e la… fra una parola e l’altra… fra una riga e l’altra… di questo mio povero… e modestissimo… testo…”.

Le musiche dal vivo, questa volta, sono state affidate all’estro di due interpreti d’eccezione: Nino Carriglio, sax ben noto al pubblico casellese, e la pianista Cecilia Novarino.

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