Non so se sia il male peggiore, ma so che purtroppo ci appartiene.

Affrontiamo il disagio – qualsiasi disagio – con un moto di fastidio, ma poi è l’indifferenza a condurci.

Come se ormai non ne valesse la pena. Come se quanto ci accade fosse ineluttabile: vittime di questa mucillagine che ci avvolge da troppo e ci soffoca.

Tra poco si andrà a votare e, probabilmente per il canaio che sta montando con promesse iperboliche, affrontiamo questo disagio d’una campagna elettorale sguaiata quasi fosse uno dolorosissimo foruncolo. Un fastidio che passa, e tutto tornerà come prima, condito dall’indifferenza somma: l’astensione dal voto. Forse la risposta più idiota che si possa dare, visto che per denunciare disaffezione si consegna il Paese in mani altrui.

Il voto è sempre un diritto-dovere, ma questa volta, me lo si passi, è più un dovere che un diritto. Abbiamo una nazione avvitata su beghe e modelli stanchi, rimastichiamo da vent’anni programmi stantii e non è rinunciando ad esprimere il nostro voto che possiamo migliorare le cose.

Anche perché tira sempre di più una brutta aria.

E’ vero, questo ventre molle italico – quello che da un lato latra, insulta e rigurgita come massima espressione e dall’altro mostra la corda perché non riesce a svincolarsi dall’autolesionismo e da toppe che son peggiori del buco – delude e fa di tutto per mostrarci una classe politica spesso vorace e inadeguata, ma la risposta non può essere quella che accetta lo sdoganamento sempre più marcato della voglia di tornare verso un’ottica fascista.

Nell’ottantesimo dell’emanazione delle leggi razziali, dopo aver assistito al ritorno di soppiatto del più piccolo e meno meritevole dei nostri re, con frequenza s’è affacciato un luogo comune: vulgata  insistita vuole che “Mussolini abbia fatto anche parecchio di buono”. Se è per questo anche Stalin, Pol Pot e compagnia, sbagliandosi, qualcosa di buono sono riusciti a fare, ma solo un’ignoranza crassa può portare a sposare certe tesi. Una dittatura non può mai essere buona, specie se ha sulla coscienza un abominio come l’emanazione delle leggi razziali e aver trascinato una nazione in una guerra che è costata mezzo milione di morti e un Paese allo sfacelo.

Però, proprio il disagio, il fastidio e l’indifferenza stanno facendo da traino al ritorno del fascismo, capace di calamitare l’attenzione di troppi giovani che poco  o nulla sanno di cosa sia stato davvero il “ventennio”.

Mai come in concomitanza dell’appena trascorso “Giorno della Memoria” mi era capitato di udire e percepire cose  preoccupanti. Ed è difficile comunicare quanto devo, perché la paura d’essere frainteso c’è ed è forte. Come posso dire che la “scorpacciata di memoria” proposta il 27 gennaio d’ogni anno rischia di banalizzare il dovere del ricordo? Ho sentito con queste orecchie “ma basta, sempre la stessa storia”; come se fosse possibile cancellare la Shoah, come se fosse doveroso assuefarsi all’orrore.

La banalità del male, teorizzata da Hannah Arendt, temo venga superata dall’indifferenza che renda banale il dovere della memoria. Occorre opporsi con forza, ogni giorno e ogni ora ai rigurgiti, anche quelli che ci appaiono infinitesimali. Fino a quando sarà in vigore questa Costituzione, quella che recita “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, questa norma va attuata senza se e senza ma: senza concessioni di sorta. Senza indifferenza. Pena il ritorno al buio della ragione.

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