Una Voce Poco Fa

La ricorrenza dell’8 marzo ci offre l’occasione per parlare un po’ di donne. Nel mondo della musica classica cantata, tanta è la richiesta di voci femminili e il fascino per esse provato che da secoli le donne non subiscono alcuna emarginazione, anzi, sono acclamate e ammirate più dei loro colleghi uomini. (Diverso discorso varrebbe per la musica strumentale, dove una certa diffidenza verso il gentil sesso si è protratta fino a tempi abbastanza recenti: i Wiener Philharmoniker, ad esempio, non avevano donne in orchestra ancora una ventina d’anni fa, e le grandi strumentiste soliste sono, salvo rare eccezioni, un fenomeno dell’ultimo dopoguerra).
E, quando si parli di teatro, accanto alla donna-interprete si trova ovviamente la donna-personaggio, anzi si può dire che ogni esperienza di ascolto parta dall’incontro tra il personaggio e la sua interprete.

Proviamo a conoscere più da vicino alcune delle “donne in musica” che sono passate e passeranno sui palcoscenici di Torino in questi mesi. A febbraio, al Teatro Regio era in scena Salome (1905), opera in un atto di Richard Strauss (1864-1949) di gusto decadente, tratta da Wilde, il cui dramma omonimo è praticamente messo in musica tale quale in traduzione tedesca. In questa versione della celebre vicenda biblica, la principessa palestinese è costantemente al centro della scena, ed è su di lei e sul patrigno Erode che si concentra l’attenzione drammatica, mentre più marginale è la figura di Erodiade, e il profeta Jochanaan (Giovanni Battista) interviene più come voce di coscienza che come vero attore.

Salome ed Erode sono due figure viziose e viziate, chiuse in un’immaturità psicologico-sentimentale che li fa muovere con sordo egoismo. La ragazzina, per soddisfare un suo capriccio morboso (baciare la bocca del profeta), e non per obbedire alla madre, si fa portare la testa di Jochanaan su un piatto d’argento.

Per rendere la psicologia di Salome è necessaria un’interprete di forte temperamento, che ne sappia incarnare la psicopatia ossessiva senza comprometterne la freschezza giovanile; temperamento che è un po’ mancato a Erika Sunnegardh, bel soprano lirico che tuttavia faticava a imporsi con autorevolezza sulle sonorità orchestrali.

Attorno alle rappresentazioni di Salome, a Torino si è svolto un festival di tre settimane per approfondire la conoscenza del compositore bavarese. Numerosi concerti sono stati dedicati alla sua vasta produzione da camera, e tra questi uno si è svolto a Palazzo Barolo l’11 febbraio, a cura dell’Associazione Concertante.
Nella liederistica i solisti non prestano corpo a dei personaggi, ma danno voce a un “io lirico” che esprime i propri pensieri; io lirico che solitamente può essere interpretato sia da una voce maschile che da una voce femminile.

A Palazzo Barolo sono stati il soprano Chiara Taigi e il baritono Carmelo Corrado Caruso, insieme ai pianisti Diego Mingolla e Anna Barbero, a offrire una selezione di Lieder che ha compreso pezzi giovanili di spiccato sentimento tardo-romantico e i Quattro ultimi Lieder, composti nel 1946-48 da uno Strauss ultraottantenne e disincanto, che nella vita ne aveva viste davvero troppe.
Senza rotture dal punto di vista del linguaggio musicale – quando altri compositori da diversi decenni stavano sperimentando stili avanguardistici –, queste composizioni trasmettono come non mai il senso del distacco e del commiato.
Chiara Taigi le ha interpretate con quel sentimento di profonda religiosità che sempre la contraddistingue e che permea intimamente la sua esistenza.

Nel mese di marzo il Teatro Regio mette in scena due titoli capitali della storia del teatro d’opera. L’Orfeo di Monteverdi (1607) si situa ai primi albori del nuovo genere artistico, e sicuramente è l’opera più antica ad essersi ritagliata uno spazio nel repertorio dei teatri contemporanei.
Significativo è che la partitura si apra con un prologo in cui la Musica in persona si rivolge ai committenti e agli spettatori dichiarando la propria potenza nello smuovere il cuore e la mente dell’uomo, e presagendo il successo che il teatro musicale avrebbe avuto nei secoli.

Il barbiere di Siviglia (1816) è l’opera buffa italiana per eccellenza. Credo che la sua protagonista femminile, Rosina, sia il miglior omaggio alla festa della donna: è infatti una ragazza che mette a frutto la propria intelligenza e chiede di essere rispettata nei propri sentimenti, senza per questo assumere atteggiamenti ideologici o perorare una rivoluzione sociale; e con arguzia e determinazione riesce a coronare i propri sogni. Un augurio a tutte le donne.Marco Leo

 

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