Otto dipinti di Giorgio de Chirico (1888–1978) esposti al Castello di Rivoli, vengono accostati ad altrettante opere di artisti contemporanei nella mostra “Giorgio de Chirico. Capolavori dalla Collezione di Francesco Federico Cerruti” a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria. Le opere del Maestro, che guardava con grande interesse agli artisti classici e che fu prima accolto ed osannato dai Surrealisti – dei quali fu precursore ed ispiratore-, poi, proprio per questo, rinnegato, divengono a loro volta motivo di meditazioni sui temi dell’arte. Nato a Volos, in Grecia, da genitori italiani, il giovane De Chirico deve cambiare spesso città per seguire il padre: vive dunque ad Atene, Firenze, Milano; raggiungerà successivamente Monaco, quindi Parigi. L’artista si nutre tanto della cultura degli antichi Greci quanto di quella dei Romani, tuttavia il senso di spaesamento e di malinconia appare nel suo romanzo “Ebdomero”, un’Odissea nel sogno e nell’inconscio, dominata dall’angoscia della partenza.

 

Nel 1911, una breve permanenza a Torino lascerà un segno profondo nell’immaginario dell’autore: i portici e le piazze caratteristici della città diverranno una costante della produzione artistica di De Chirico (come altresì gli edifici di Ferrara, dove il Maestro presta servizio militare). Di Torino si era innamorato finanche Nietzsche, da cui, come da Schopenhauer, l’artista impara “il non-senso della vita, e come tale non-senso possa venire trasmutato in arte”; parimenti il pittore rimane affascinato dall’idea di “enigma”. La pittura di De Chirico è influenzata dallo studio di autori simbolisti quali Arnold Böcklin riguardo a rivelazione, turbamento, sorpresa, senso del mistero, Max Klinger per quanto attiene ad isolamento degli elementi, accostamenti imprevedibili, rappresentazione bizzarra e fantastica dei miti greci, infine Von Stuck e Kubin.

La mancanza di un nucleo identitario e lo smarrimento conducono il pittore a riflettere sulla destrutturazione della “catena dei ricordi”, della logica rappresentativa, dei rapporti di senso fra le cose, che assumono così un carattere nuovo ed inquietante, per mezzo di incongrui accostamenti e proporzioni, prospettive esasperate, ombre estese, mentre d’altro canto viene ricercata “l’omogeneità e la monumentalità armonica formata da elementi disparati ed eterogenei”, fra i quali compaiono personaggi simboleggiati da manichini senza volto, forme geometriche, statue classiche. Nasce così la pittura “metafisica”, ove gli oggetti acquistano di volta in volta un significato relativo alla memoria dell’osservatore ed ai parallelismi concettuali.

Nei saloni sabaudi del Castello di Rivoli, fra stucchi ed affreschi, “Muse metafisiche” (1918) viene posto in relazione con “Casa di Lucrezio” (1940) di G. Paolini. Il tema dell’enigma si delinea tanto nel dipinto, per mezzo della testa cava ed internamente oscura, giustapposta alla retrostante chiara, quanto nell’installazione che evoca il labirinto, la classicità e l’”eterno ritorno” caro a Nietzsche. De Chirico si ritrae poi a guisa di Giano in “Autoritratto con la propria ombra” (1920), ove l’ombra chiara dietro di sé, speculare, moltiplica il soggetto raffigurato. Parimenti, “L’architettura dello specchio” (1990) di Michelangelo Pistoletto pone il visitatore dinanzi ad una realtà mutevole, inclusiva dello spettatore e delle sue differenti interpretazioni. “Interno metafisico” (1917) sottolinea la valenza estetica di semplici elementi quali dolci e biscotti (che De Chirico inizia a riprodurre nei dipinti durante il periodo ferrarese). Similmente, “Catasta” (1966) di A. Boetti fu concepita come una “esperienza percettiva individuale fine a se stessa”.

Ulteriori occasioni di riflessione vengono fornite dalle analogie ideali fra il quadro con soggetto architettonico dipinto in “Interno metafisico (con faro)” (1918) e “Mental Map” di Franz Ackermann, rappresentazione mentale di un impianto urbanistico, oppure tra i piani di oggetti sovrapposti in “Composizione metafisica” (1916) e l’opera planare di F. Mauri, della serie “Zerbini”, in cui torna la citazione dell’”enigma”. Infine, sono posti a confronto “Due cavalli” (1927) rampanti con l’inerte equino sospeso di Cattelan (“Novecento” -1997-). La mostra, dunque, stimola l’intuizione e la fantasia dei visitatori, rendendoli parte del gioco artistico, concordemente agli intenti del “pictor octimus”.

Giorgio de Chirico “Interno metafisico (con faro)” Olio su tela ca. 1918

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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