Anche se lo sai bene che nulla è eterno, quando sono le leggende a lasciarti  proprio non riesci a darti pace.

Guido Porru non è più e la cosa mi sembra impossibile. Troppo duro accettare che anche i supereroi possano morire. Solo chi non l’ha conosciuto può permettersi di non capire.

Quante ere calcistiche casellesi e non  ha attraversato il suo fisico imponente? Dalla fine degli  anni ’50 sino a qualche mese fa ha incarnato il nostro calcio, prima, e per più d’un trentennio, come portiere saracinesca e poi come allenatore.

Sempre portandosi appresso quel fisicaccio da atleta assoluto.

Non potevi non innamorarti delle sue gesta. Fu Lino Juliano il Virgilio che mi condusse verso gli eroi del Prato del Fiera. Fu Lino ad indicarmi i nomi di quelli che ben presto divennero i miei idoli domenicali. E Guido, con Renzo Candellone, svettava su tutti. Lino mi raccontava e io ascoltavo estasiato di quella volta che, alla Sportiva, laddove il campo era decisamente più corto del Prato, Porru aveva rinviato talmente potente e lungo che la palla, dopo aver rimbalzato nell’area avversaria, era poi finita fuori dalla cinta in legno. E mica solo una volta, ti diceva chi lo conosceva bene.  Qualcun altro giurava d’averlo visto anche segnare da porta a porta. Di sicuro quello che i miei occhi videro una domenica di primavera fu un rigore calciato talmente forte da Guido che la palla insaccandosi   stracciò  la rete come fosse fatta di carta velina.  Fenomenale!

Aveva coraggio e mani grandi Guido Porru, e quando saliva in cielo in presa alta o  a svettare di pugno ti sembrava che fosse gigante come uno di quegli aerei da cui, come paracadutista, aveva imparato a lanciarsi.

Sempre Lino  mi raccontava che Guido non era  nato portiere: lui se lo ricordava bene con una maglia diversa a giocare persino in attacco. Messo una volta in porta si palesò come un Garella ante litteram: bravo  a parare di piede, ma in modo non troppo canonico. Il servizio militare nei parà lo smagò e ce lo restituì così come ebbi modo di conoscerlo domenica dopo domenica: plastico e scattante, capace di  distendersi in tuffo   e sembrar tenere tutti i 7 metri e 32 della larghezza della porta: le sue mani divennero ali e nessuno sapeva dispiegarle come lui.

Mi hanno detto che alla fine  il suo cuore grande l’ha tradito e faccio fatica a crederci. Mi sembra impossibile che Guido non ci sia più e devo rubare a Indro Montanelli la frase con la quale dipinse il finale dell’articolo che scrisse dopo la tragedia di Superga per farmene una ragione: “ Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede.” Ecco, faremo così, ci sforzeremo di credere che Guido non sia morto: sia soltanto “in trasferta” e sia un vento buono a portarcelo, a lasciarlo librare in volo. Ora e per sempre.

Elis

 

 

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