In uno Stato Composito (cioè realtà statuali tipiche dell’antico regime), in un aggregato di territori come quello dei Savoia fu la continuità della dinastia a tenere unite diverse “patrie” o pays. Nel 1416, quando Amedeo VIII di Savoia (figlio del Conte Rosso) ottenne dall’Imperatore Sigismondo di Lussemburgo il titolo di duca, gli stati sabaudi – immaginandoli su una ipotetica carta geografica – erano collocati tra Francia e Svizzera. Infatti la parte più antica dei domini era composta da territori transalpini compresi tra Rodano, Giura e Alpi. Invece il nucleo più antico dei domini cisalpini era costituito dalle Valli di Susa e di Lanzo, passate ai Savoia nel 1045 grazie al matrimonio di Adelaide di Susa con il conte Oddone. Il titolo ducale di Amedeo VIII permise la fase espansiva sia verso la Svizzera sia verso l’Italia.

Nel Seicento i domini erano in gran parte in Francia e in parte in Italia.

Solo con la pace di Utrech (1713) predominò la parte italiana e si accennò a un processo di nation building ( costruzione di una nazione) che però rimase incompiuto per la presenza di due forze opposte e contrastanti: le élites culturali piemontesi che miravano a trasformare gli Stati in uno Statoitaliano: un “grande Piemonte” nel quale avrebbero dovuto identificarsi quei pays che non erano piemontesi, ma che neppure si sentivano italiani come la Savoia e la Valle d’Aosta.

E le élites proprio della Savoia e della Valle d’Aosta che avevano maturato una propria identità legata alla montagna intesa come elemento peculiare. In esse era forte il sentimento di uno Stato bilingue, ben distinto sia dalla Francia sia dall’Italia, dove la parte francofona e quella italofona potessero convivere e rappresentare due realtà di pari dignità.

Nel 1850 al tempo di Vittorio Emanuele II, alla contessa Provana di Collegno il regno composto da Piemonte, Savoia, Sardegna e Genova apparve male assortito, null’altro che “quattro province senza alcun sentimento comune”, di cui il Piemonte è la sola parte sana; la Savoia sogna di restaurare la monarchia assoluta; la Sardegna (dove la lingua amministrativa era lo spagnolo) è “solo a metà incivilita e sotto il dominio dei preti”; Genova è pericolosa perché è “piena di violenti democratici” (democratico, che termine sconveniente per un’aristocratica!).

“Stati sabaudi” era l’espressione usata dagli stessi sovrani per definire i propri domini sino al 1848.  La salita al trono di Carlo Alberto fu decisiva per la storia della dinastia e dei suoi Stati: essi si trasformarono da monarchia composita in una monarchia nazionale e la conseguenza fu la fine degli stati sabaudi propriamente detti. Carlo Alberto fu il promotore di una svolta italiana e del principio di nazionalità. Principio al quale i Savoia non aderirono mai pienamente, definendosi sempre principi tedeschi e di discendere da antenati sassoni. Nel 1557 Emanuele Filiberto scriveva al Principe Elettore di Sassonia descrivendosi come “vero e buon tedesco di sangue” per chiedere “all’amato cugino” di poter inserire le armi sassoni nello stemma sabaudo. L’Elettore dava il suo consenso facendo disegnare lo stemma a Dresdaper poi inviarlo a Emanuele Filiberto che, a partire dal trattato di Cateau Cambrésis (1559), lo utilizzò ufficialmente. Come già detto, in uno Stato composito come quello dei Savoia la storia e l’importanza della dinastia sono l’unico collante tra le diverse realtà territoriali. Da questo scaturisce anche la necessità di creare la figura dello storiografo di corte: da J. d’Orville “Cabaret”, a F. de Pingon, sino a L. Cibrario, che furono i veri registi della propaganda dinastica. Ad esempio il barone de Pingon, storico, autore delle prime opere a stampa di Torino, nel 1581 pubblicò l’albero genealogico dei Savoia, evidenziandole loro origini sassoni. Anche la poesia e la letteratura furono ottimi veicoli per celebrare i sovrani e il loro potere; da Giovanni Botero (1544-1617) in poi fiorirono scritti e poemi epici atti a glorificare la dinastia, le origini, le azioni.

Per riprendere il discorso della dinastia: i Duchi sabaudi si considervano diversi dai principi italiani; erano vicari dell’imperatore e non gradivano essere assimilati ai sovrani della Penisola, appartenenti a dinastie recenti. La loro risaliva all’anno mille!

Nel 1066 Berta di Savoia, figlia del conte Oddone, sposava Enrico di Franconia, il futuro l’imperatore Enrico IV e ciò a dimostrare come i Savoia fossero considerati alla pari delle grandi dinastie europee. La loro politica matrimoniale fu sempre di respiro europeo; i sovrani sabaudi non sposarono mai principesse italiane.

Un esempio di relazioni matrimoniali per rafforzare la storiografia dinastica furono le mogli tedesche di Carlo Emanuele III che permisero di mantenere equilibratirapporti con le corti di Vienna e di Parigi.

“Storia degli Stati sabaudi (1416-1848)” di P. Bianchi (docente di Storia moderna all’Università della Valle d’Aosta) e di A. Merlotti (direttore del Centro studi della Reggia di Venaria) – edito da Morcelliana – affronta la storia di questi Stati, dove la dinastia è un punto di partenza e un elemento unificatore, dove plurale e pluralità sono il filo conduttore, attuale più che mai, di questa approfondita e stimolante indagine storiografica che offre una chiave di lettura aggiornata e puntuale per comprendere che la storia dei popoli e delle dinastie segue vicende complesse, per nulla programmabili.


Paolo Bianchi – Andrea Merlotti

STORIA DEGLI STATI SABAUDI (1416-1848)
Morcelliana, pp.290, euro 32,00

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