Li Cunti di VittorioSe guardate in alto, sulla parete retrostante del nostro vecchio municipio, quella che dà in via Gibellini, non potrete non accorgervi di due formelle di terracotta. Una ha le dolci sembianze d’una donna dolente, l’altra quelle d’un frate. Quelle due formelle hanno sempre suscitato curiosità nei Casellesi, tanto da recar memoria d’una storia a tinte fosche: fin da bambini abbiamo sentito raccontare da qualcuno che quelle due immagini erano lì a ricordarci due illegali amanti, poi murati vivi e quindi sepolti in una segreta col loro impudico amore. Le due formelle? Un monito, per omnia saecula saeculorum, a tutti quelli che osano innamorarsi di un amore sbagliato.

 La storia vera è probabilmente tutta un’altra e le formelle null’altro sono che una parte residua di qualche modanatura in terracotta del fu convento dei Servi di Maria, che lì aveva sede.

Ma a noi Casellesi continua a piacere l’idea che ci sia un “cunto” diverso, una storia che Vittorio Mosca, qui sotto, ha provato a raccontarci, perché i racconti sono molto più belli e veri della realtà. E, soprattutto, ci piacciono molto di più, anche perché sappiamo che, come recita una Bucolica di Virgilio: Omnia vincit amor et nos cedamus amori, l’amore vince tutto, e noi cediamo all’amore“. Provare per credere.

Elis


 

Come può il prode don Chisciotte combattere e vincere contro le pale mosse dal robusto vento , che nessuno sa donde viene e dove va?
No, non può. Parimenti nessuno può fermare l’amore che l’impertinente Cupido scatena lanciando alla cieca i suoi dardi infiammati. Di questo discorrevano alcuni saggi, uomini e donne, che si erano radunati all’ombra di un frondoso albero per assaporare le dolcezze della vita.
Prese allora la parola Madonna Eleonora che disse: “No, l’amore non guarda gli ostacoli, quando t’avvolge ti cattura e ti obbliga ad essere felice.” Come vedremo con la storia che ora vi srotolo.
Si racconta che nel regno del nobile principe Carlo Emanuele, che si trovava là dove scorre il fiume Grande Padre Eridano, c’era un paese con case piccole. Per la qualcosa lo chiamavano Caselle.
Stava adagiato sulle rive di un impetuoso torrente dalle acque chiare e fredde. Queste acque  si precipitavano giù dai monti da dove, dopo aver salutato  ghiacciai, nevi, oscure caverne da dove erano zampillate fuori, per correre subito verso la valle.
Saltando da massi a massi, spumeggiavano e rumoreggiavano. Anche ora corrono giù birichine. Ai tempi non si dimenticavano neanche di lavorare, facendo girare  ruote di mulini e segherie. Non stanche lavavano i panni delle massaie e dissetavano bovi, pecore, muli, asini, cani e gli stanchi montanari e cristiani che incontravano.
Era una benedizione di nostro Signore avere una tal risorsa, per cui gli abitanti di questo paese, grazie a “sora acqua”, erano diventati ingegnosi e industriosi. Avevano imparato a lavorare la carta: facevano macerare gli stracci, li battevano, ottenevano la pasta e alla fine, ecco i candidi fogli.
Molti campavano con questo lavoro. C’erano famiglie che si erano pure arricchite.
I divoti cristiani di questo luogo, soddisfatti dal benessere, non si erano dimenticati di ringraziare Nostro Signore, alla cui gloria avevano eretto chiese e conventi.
Ora, si dice, che ci fosse un convento proprio nel centro del paese. Era un convento ricco e vivace. Molti erano i frati che vi dimoravano. Erano dediti al lavoro ed alla preghiera. Avevano una buona parola per tutti. I buoni fedeli grati non lesinavano le limosine da deporre nelle cassettucce  della chiesa.
Accoglievano e davano ospitalità a pellegrini e a chiunque ne avesse bisogno.
Da un paese vicino veniva, con una certa assiduità, una suora che si chiamava suor Maddalena.
Costei era nativa del nostro paese, la sua madre superiora le concedeva dei permessi affinché venisse a trovare amiche d’infanzia e famigliari.
I frati la ospitavano in un’apposita ala dedicata ad accogliere i viandanti.
Per suor Maddalena tornare nel suo paese era sempre piacevole. Avrebbe rivisto le sue care amiche, si sarebbero scambiate sogni e confidenze.
Era ancora giovane e bella. Nel ritornare nei suoi luoghi le tornavano davanti agli occhi le vicende che l’avevano condotta a prendere i voti.
Il suo nome da ragazza era Gloria. Era nata nell’importante e potente famiglia dei Borelloni. Possedevano terre e cartiere in cui travagliavano molti buoni cristiani.
Suo padre era un uomo austero, tutto d’un pezzo. Anche un po’ autoritario. Sua mamma, donna Francesca, era bella ed intelligente. Aveva studiato: cosa rara per quei tempi. Molto attenta all’educazione della loro unica figliola. Si preoccupava di farla studiare e capire la vita. Per la qualcosa appena diventò grandicella la portava con sé in una delle cartiere affinché comprendesse cos’è il lavoro e com’è faticoso guadagnarsi il pane.
Si soffermavano a guardare il lavoro degli uomini, la magìa con cui da degli stracci cavavano bei fogli di carta.
Gloria osservava con gioia e con occhi stupefatti. Si fermava ad ammirare particolarmente il lavoro di mastro Beppe De Alberto. Un uomo forte e gentile, sempre sorridente. Aveva delle mani grandi e forti con cui poteva lavorare con due vanghe per volta. Mani che erano anche capaci di lavori gentili, delicati e complessi. Come le stupefacenti filigrane.
Che bello vedere quest’uomo, che con fili sottili disegnava stemmi e figure  sulle fitte reti che erano il fondo dei crivelli. Sembrava davvero una magìa. Lei si sporgeva con la testa per meglio vedere. Con questo gesto sfiorava la testa del figlio di mastro Beppe, un ragazzo della sua età che spesso stava col padre. Era gentile ed educato, i capelli ricci ed arruffati della testa si mischiavano con i suoi.
Donna Francesca osservava bonaria, sapeva che queste esperienze erano importanti per Gloria.
Col tempo si instaurò una certa confidenza. Quando lei e il figlio di mastro Beppe si incontravano nella cartiera amavano provare ad usare il crivello per fare i fogli di carta.
Passarono alcuni anni. Giunse il momento dei primi turbamenti. Ogni scusa era buona per recarsi presso il banco di mastro Beppe. Gli sguardi, ora, erano furtivi. Quando Giovannino, così si chiamava il ragazzo, la guardava le gote le si arrossavano.
Al padre, uomo pratico e severo, la cosa non era sfuggita. In realtà non aveva mai approvato la condotta della moglie.
Lui aveva ben altre mire. Aveva architettato di farla maritare con un rampollo di una famiglia ricca e potente. Un’opportunità ed un affare.
Proibì alla moglie di portare Gloria nella fabbrica. Intanto lavorava a combinare il matrimonio.
Al momento di incontrare il futuro sposo scelto per lei, ella si rifiutò.
Non ci fu verso di convincerla. Piuttosto si sarebbe uccisa.
Il padre, accecato dall’ira, visti inutili i suoi tentativi decise di monacarla a forza. Pratica abbastanza diffusa a quei tempi. Le assegnò una dote per non ridurla ad essere conversa e la obbligò a prendere i voti nel convento del vicino paese.
Aveva scelto il nome di suor Maddalena proprio per le vicende vissute. Nel convento tutte le suore ben presto impararono ad apprezzare le doti umane e socievoli di suor Maddalena. Era ben voluta da tutti. Per questo motivo la madre badessa le concedeva i permessi.
Anche il figlio di mastro Beppe, per il dolore di non poter più incontrare Gloria, che amava, riamato, decise di dedicarsi alla vita conventuale. Prese i voti di fraticello nel convento del paese.
Il tempo, e gli impegni al servizio degli altri, avevano lenito in parte il dolore e le delusioni.
Quando suor Maddalena faceva ritorno per breve tempo nel suo paese, spesso si incrociavano. Si potevano scambiare solo un fugace sguardo.
Si sa, quando vuole, il diavolo non solo ci mette lo zampino, si dà da fare a più non posso per architettare disegni e trame.
Lei era appena arrivata, camminava da sola nel grande corridoio completamente vuoto, data l’ora.
Si trovarono di fronte, impalati. Bloccati e imbambolati. Si osservarono trasognati come non succedeva da tempo. Troppo tempo.
I cuori battevano all’impazzata. Successe in un attimo. Non furono in grado di controllarsi: si trovarono uno nelle braccia dell’altro. In un istante: l’abbraccio dolce e forte. Le labbra si sfiorarono.
Ma sempre lui, il perfido satana, si sa, non è mai contento. Volle completare la sua opera.
Il priore, che stava nel capitolo assieme ad altri frati, spinto da un impulso uscì, assieme ai frati nel corridoio.
Restarono gelati e di stucco davanti ai due giovani abbracciati in un dolce bacio.
Era uno scandalo, per il convento e le famiglie. Una macchia che il convento e la proba città non potevano permettersi. Bisognava agire subito. Reprimere la cosa. Assolutamente non si doveva sapere.
Tennero subito consiglio e presero una decisione terribile: li avrebbero immediatamente rinchiusi in una stanza che stava lì, appartata e senza finestre. Il destino ed il tempo avrebbero risolto il problema e tutti si sarebbero dimenticati della cosa.
Ma anche satana commette errori.
Le amiche di Gloria, non avevano mai smesso di chiamarla così, sapevano che sarebbe venuta. Non vedendola (cosa strana, visto che da sempre andava subito da loro) si preoccuparono. Cominciarono a cercarla. Chissà perché avevano un brutto presentimento.
Era già sera quando passarono vicino al convento, proprio dove stava la stanza dov’erano chiusi i giovani. Avvertirono delle voci che chiedevano aiuto: erano le voci di Gloria e Giovannino.
Neanche si resero conto  di come riuscirono a liberare la coppia.
Decisero immediatamente, aiutati dalle loro amiche: sarebbero scappati via per vivere la loro storia d’amore e di vita.
Una delle amiche riuscì a procurare un calesse e degli abiti civili. Sapevano dove sarebbero andati: lontano, molto lontano.
Salutarono le amiche con le lacrime agli occhi: non sarebbero mai sparite dal loro cuore.
Essendo i due giovani retti e di profonda fede, prima di partire si recarono da un loro amico sacerdote in un paese vicino. Si chiamava don Andreas Gallon. Uomo di Dio dalla mente aperta, tollerante e comprensivo che li benedisse e li unì in matrimonio.
Partirono per la felice avventura dell’amore: i loro figli gli avrebbero restituito il sorriso.
Per cui torna opportuna la sentenza: l’amore non sparisce, torna sempre.

Vittorio Mosca

N.B. Questo cunto è ispirato ad una leggenda casellese. E’ una libera elaborazione letteraria. Non ha nessuna pretesa di ricostruzione storica.


 

TRA LEGGENDA E REALTA’

Sul muro esterno verso sud del palazzo comunale di Piazza Europa vi sono murati due frammenti di sculture, raffiguranti due figure, una femminile e una maschile, meglio conosciute come il monaco e la monaca.

Intorno ad esse, come a tutte le cose un po’ strane e misteriose, si narra una leggenda popolare che li vede protagonisti di una vicenda amorosa proibita avvenuta proprio all’interno delle mura del convento.

Scoperti sul fatto, vennero condannati, secondo una giustizia spiccia ed approssimativa, ad essere murati vivi ed a morire d’inedia.
Le loro anime peccaminose restarono intrappolate nell’edificio, condannate a non trovare pace ed a vagare in eterno per il convento senza mai riuscire a vedersi, come le due figure murate sulla facciata, vicine, ma su lati opposti.

C’è sempre qualcuno che afferma che in particolari momenti, quando il palazzo è semideserto, è addirittura possibile udire lo struscio dei passi per gli ovattati e silenziosi corridoi. Questa è la storia costruita dalla fantasia popolare, che, come tutte le leggende hanno origini incerte, non si sa se sia recente o antica, e con varianti a secondo di chi la racconta.

Ovviamente non ci sono documenti (per ora) che confermino l’avvenimento di un simile fatto che possa aver originato la leggenda, ma sicuramente alcuni documenti fanno pensare che in passato il convento non sia sempre stato così impeccabile.

Ad esempio una lettera del 18 luglio 1818 dell’Economo Generale di S.E. il Conte Borgarelli, primo segretario di Stato, a cui era stato chiesto un parere sulla “convenienza di ristabilire” il convento dei Padri Serviti a Caselle, dopo la soppressione francese, scrisse che oltre a ritenere insufficiente il reddito della Parrocchia per “ristabilire” un convento per soli tre o quattro frati, ricorda che il fatto “… potrebbe nuovamente risvegliare in quel paese le dicerie fattesi prima della soppressione di quel Convento, e che purtroppo si facevano dei piccoli conventi …”.

A che dicerie si riferisse, non è dato a sapersi, ma un altro documento, più antico, getta altre ombre sul convento.

Niente meno che nella formale visita pastorale del 14 agosto 1584 del Monsignor Angelo Peruzzi, il Vescovo espresse tutto il suo malumore e disappunto nel constatare che l’abitazione dei frati non aveva neppure l’ombra di casa religiosa, poiché situata frammezzo agli altri edifici, abitati da laici, e cosi disposta da poter far affermare che i frati vivevano sotto il medesimo tetto con uomini e donne, cosa che non poteva essere tollerata in nessun modo dal Vescovo che ordinò al Priore di provvedere la realizzazione di un degno convento.

Proprio a seguito di questa visita nei decenni successivi venne costruito il convento che conosciamo.

G. Colombatto

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