Luglio 1518. Strasburgo oggi sede di importanti istituzioni europee – è una ricca città commerciale e finanziaria, una FreieStadt (città libera) dell’impero. Dalla metà del secolo precedente è anche il centro nel quale Johannes Gutenberg ha dato il via all’impresa della stampa a caratteri mobili. La diffusione delle stamperie ha fatto della città un centro intellettuale e artistico di prim’ordine, uno dei nuclei dell’umanesimo europeo; entro pochi anni diventerà anche uno dei motori della riforma protestante, i cui temi sono già nell’aria. Ma torniamo a metà luglio 1518. Una donna inizia a ballare in modo compulsivo e senza interruzione.

Nel giro di qualche giorno si forma un gruppo di una cinquantina di ballerini; in quattro settimane, dice una cronaca locale, i danzatori diventano quattrocento, colpiti da un bisogno incontrollabile di ballare senza sosta, fino a cadere a terra svenuti, con le caviglie o le gambe spezzate, persino fino alla morte. Un umanista degno di fede, Hieronimus Gebwiler, ricorda di avere visto una donna ballare per sei giorni di seguito e che «degli uomini robusti dovettero susseguirsi come suoi guardiani per proteggerla dal pericolo di farsi male da sola».

Il Consiglio cittadino ordina ai magistrati di tenere sotto controllo la situazione e di mantenere delle guardie, le quali «ballarono giorno e notte con quei poveretti ma una sera li chiusero su dei carri e li portarono al santuario di San Vito di Hohlenstein. Alla fine del pellegrinaggio e quando tutti furono esauriti dalle danze, tutti furono riportati a casa». Gewiler vede nell’episodio un messaggio morale di origine divina, destinato a mostrare ai cittadini che divertimenti e danze devono essere più moderati, più castigati, non blasfemi, rispettando i luoghi sacri e gli ecclesiastici. Non tutti sono di questa opinione, naturalmente. Riporta Sébastian Brant, membro del Consiglio cittadino, che «in diverse sedute si parlò dei casi di ballo di San Vito: i medici spiegarono che era una malattia naturale, proveniente dal sangue caldo»; anche il Vescovo vicario, consultato dal Consiglio sulla mozione popolare per far celebrare delle Messe, risponde che non gli sembra necessario, trattandosi di fatto naturale. Tuttavia, dice, se i rimedi naturali falliscono, bisognerà ordinare ai predicatori di parlarne dal pulpito e di pregare per avere la misericordia di Dio. Cosicché il Consiglio, meno informato dei medici o forse specchio delle credenze popolari, decreta una processione, «perché la malattia è mandata da San Vito e la sua immagine di cera concede la guarigione», conclude il Brant. L’episodio finisce poi infiorettato, non si può dire quanto correttamente.

Una cronaca posteriore di mezzo secolo ricorda per esempio che l’epidemia “scoppiò tra giovani e vecchi, così che ballavano giorno e notte fino a cadere; più di cento persone ballavano contemporaneamente. Allora la città occupò la sala riunioni dei carpentieri e dei tintori e installò delle piattaforme al mercato dei cavalli e in quello del grano pagando delle persone per rimanere con loro e danzare con loro, accompagnati da pifferi e tamburi». Insomma, una buona soluzione poteva essere quella di installare una balera ed evitare guai peggiori!

L’episodio guadagnò qualche fama, perché il buon Paracelso inventò per la prima donna colpita da quel tipo di malattia il nome di Frau Troffea, spiegando che l’avrebbe fatto perché contrariata dai divieti del marito. Ai nostri giorni, le epidemie di ballo compulsivo (che pure attraversarono tutto il Medioevo tedesco) sembrano più che incredibili (a parte gli sfrenati rave party). Il ruolo svolto dalle credenze popolari sembra essere stato centrale, sia per la velocità del contagio che per la rapidità del suo esaurimento.

Tutto sommato per ricordarci la variabilità e la potenza dei fatti psichici e delle loro manifestazioni, così legate all’ambiente culturale ed economico nel quale compaiono. Cinquecento anni fa. Un anniversario da ricordare e da dimenticare velocemente; così come velocemente abbiamo dimenticato le credenze popolari.

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