Forse è vero, come scrive Flavio Cuniberto (Il vortice estetico, Morlacchi, 2015), che l’esperienza del mondo è stata sostituita dall’esperienza dell’immagine del mondo. Un’immagine della vacanza nello smartphone è più facile da interrogare che non la vacanza stessa – così che l’immagine si emancipi dal momento che riferisce, dissolvendone la realtà e liberandoci dal confronto con essa.

L’esperienza dell’immagine si muove tra due estremi. Prima quello dell’uso a scopi di guadagno o di potere, come scriveva per esempio il non ancora Papa Bergoglio “L’irruzione della civilizzazione dell’immagine è un fatto che risale a più di cinquant’anni fa. La riduzione della politica a spettacolo o a pura immagine è un fatto più recente che permette a figure prive di contenuto e proposte, senza capacità di gestione né mezzi di affrontare situazioni complesse” (Noi come cittadini, noi come popolo, Lib. Ed. Vaticana-Jaca Book, 2013).

Poi quello di essere una manifestazione esplosiva della soggettività totale, dell’interpretare sé stessi nelle proprie immagini scaraventate sui social media, del risolvere la persona post-moderna nelle immagini che proietta.

Nel mezzo c’è la sua ragione naturale, del voler rimanere forza documentante, in virtù della sua capacità di trattenere la realtà e di costruirne una memoria, assolvendo al compito riconosciuto da Tommaso d’Aquino affinché le cose restino maggiormente impresse nella nostra memoria (Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo).

L’immagine è dunque dono divino, destinato all’aumento del sapere grazie alla sua capacitàuniversale di trasmettere.

Vengono alla mente Gabriele Paleotti e il suo Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582), nel quale sostiene esser causa di quel dono divino l’«aiutare il desiderio di sapere», espandendo la capacità naturale dei sensi, limitata alle sole cose presenti e ristorando “il danno che si patisce per le cose lontane e separate da noi”.

Questa immagine naturale e non urlata, spesso in un antico bianco/nero, mi viene incontro nella mostra “Suggestioni d’Italia.

Dal neorealismo al duemila. Lo sguardo di 14 fotografi”, visitabile sino al 23 settembre alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino. L’esposizione è curata da Riccardo Passoni, direttore della GAM.

Il neorealismo, il cui inizio viene comunemente fatto risalire al 1943 con la presentazione al pubblico del capolavoro di Luchino Visconti “Ossessione”,aveva forte la necessità di un’immediata comunicazione, di aprirsi a nuovi percorsi estetici e narrativi legati a contenuti storicamente attuali.

Le vicende e i personaggi della vita “normale”, della quotidianità,erano il veicolo per rivalutare e trasmettere l’obiettività del reale. La dimensione umana e sociale dei paesaggi italiani che con le loro architetture da Torino a Milano, dai paesini della dorsale emiliana, a Napoli, Matera, sino alla Sicilia sono raccontati attraverso più di cento fotografie espostealla GAM.

La fotografia è il mezzo che conduce il visitatore nella realtà italiana nel momento di transizione dal secondo dopoguerra alla modernità dei primi anni del Duemila: la mostra è un viaggio emotivo avvolgente, dove differenti atmosfere e sensibilità si susseguono e alternano.

I fotogrammi in bianco e nero o a colori raccontano l’Italia per immagini; interpretano i luoghi nella loro fisicità architettonica, paesaggistica senza retorica; i personaggi sono i testimoni della realtà storica e sociale in cui vivono; i non luoghi sono metafisici ma contemporaneamente sono veri e ricchi di significato.

Da qualche tempo il tema della fotografia è stato tralasciato dalla programmazione della GAM, ma con questa esposizione è stato ripreso grazie alle narrazioni di quattordici fotografi: tutti grandi nomi italiani.

Solo per citare qualche artista: Nino Migliori (Bologna 1926) che è stato fra i primi a interpretare il neorealismo anche attraverso uno dei suoi progetti più famosi “Muri” (1949-1960) nel quale concentra la sua attenzione sulle scritte e sui segni che riempiono il tessuto urbano e su porzioni di muri che vengono messi in relazione con un  contesto più ampio e complesso, come nell’opera “Gente dell’Emilia”.

Di Mimmo Jodice (Napoli 1934) è l’affascinante e inquieta immagine di “Corso Cairoli”, in bianco e nero, nella quale elabora una nuova visione del paesaggio urbano e dell’architettura che si avvicina alla poetica più attuale che interpreta gli spazi attraverso un velo di classicità.

Le immagini delle città, Torino e Milano, di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013), sono accomunate da un’atmosfera sospesa, da equilibri tra architetture e vuoti che fanno emergere la complessità del costruito e le sue segrete armonie.

Le stampe cromogeniche di Luigi Ghirri (Scandiano, Reggio Emilia, 1943-1992) esprimono perfettamente la sua poetica concentrata sui luoghi della quotidianità, eliminando il banale per caricare gli spazi di un’atmosfera sospesa, ricca di mistero e pathos.

Le fotografie a colori della torinese Bruna Biamino (Torino 1956) rappresentano un onirico paesaggio piemontese quasi disadorno, dai toni tenui e sbiaditi.  L’artista tende a eliminare i dettagli superflui per esaltare la vera essenza dei luoghi. Gli scatti di Enzo Obiso (Campobello di Mazara 1954) sono in bianco e nero ma non mortificano la solare Sicilia, anzi la luce crepuscolare ne esalta le caratteristiche.

La GAM in occasione della mostra propone un Public program – rivolto a tutto il pubblico appassionato di fotografia – composto da un workshop condotto dagli artisti Bruna Biamino e Enzo Obiso;  e da GAMPhotoProject aperto a chi ama fotografare sia ambienti urbani, sia piccole località italiane. Attraverso la piattaforma Instagram la popolazione social è coinvolta ad interpretare, con una “nuova ottica” la realtà che ci circonda, restituendo così un viaggio speciale nel paesaggio italiano.

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