Uno dei più grandi filosofi del ‘900 è stata mia zia Gina. Sissignore.

Solo ora mi sto rendendo conto di quanto il pensiero di Ina, così l’abbiamo sempre chiamata in famiglia, sia stato incompreso.

Relativamente ai grandi quesiti dell’umana gente – chi siamo, da dove veniamo – Ina risolveva il tutto con una risposta che oltre a non ammettere repliche, svelava scenari, pronunciando un lapidario “mah…”, che all’uomo superficiale poteva apparire null’altro che reticenza elevata al cubo, ma nelle menti più illuminate faceva balenare l’idea che dietro a quell’esclamazione ci stesse ben altro: una visione cosmica che riusciva a guardare ben oltre il Big Bang.

Il meglio Ina però lo dava quando le veniva posto il terzo e ben più  grave quesito: dove stiamo andando.

Forse in nome della sua sabaudità, di cui era fortemente intrisa, e permeata dalla marcata impronta natale casellese, al secolo Bellino Luigia, rispondeva sempre e solo con un “perché, sai neh…”

Laddove i puntini erano ben più d’una sospensione, lasciavano intuire certe e ineluttabili complicanze, tanto da toglierti ben presto il fiato ed erano molto ma molto più esortativi  di qualsiasi altro dire.

Se poi a “perché, sai neh…” aggiungeva a rafforzare un “noi”, allora la faccenda volgevasi al punto di non ritorno, tanto da far assomigliare Giacomo Leopardi o il collega Arthur Schopenhauer degli inguaribili ottimisti: il “perché, sai neh, noi…” era cassazione, era lì a dirti che oltre quelle colonne d’Ercole proprio non si poteva e doveva andare.

Rappresentava il superamento del motto torinese “esageroma nen”, perché questo presuppone che un‘azione vi sia già stata o stia per compiersi, mentre invece la frase di Ina era fortemente preventiva: negava la possibilità di  procedere, visto che il destino non avrebbe potuto che esserci avverso.

Diciamo che il pensiero filosofico di Ina ha finito col condizionare il mio esistere, e se ancora oggi attendo ben più di tre ore e mezza prima di fare il bagno, mangio con preoccupazione un cornetto gelato, è perché nelle orecchie m’è rimasto l’eco della sua voce a dirmi: “ma ti farà poi bene?, perché sai neh…”  Credo che tanto della mia perenne ipocondria e preoccupazione dipenda proprio da  certi retaggi.

Il guaio è che, e qui vengo a noi,  di filosofi della corrente ideologica di Ina a Caselle dobbiamo averne avuti parecchi, perché se no mica si spiegherebbe come  per lungo tempo come pensiero guida abbiamo avuto una sorta di “meglio perdere tutti, piuttosto di veder vincere qualcuno”. Insomma, un po’  di insano autolesionismo, unito a interessi più che particolari, ha fatto sì che il nostro sviluppo sia stato ben più che tarpato.

Sviluppo che non vuol dir per forza crescita, ma se il contraltare ci vede poi sfociare in una sorta di decrescita infelice, occorre fare più d’una riflessione.

Ora che finalmente avremo la possibilità di poter mettere mano alla cariatissima e amatissima vecchia stazione, ora che s’è schiarito anche il futuro del Baulino, è veramente tempo di sciogliere le vele.

D’accordo, il momento è tutt’altro che roseo e una nuova recessione è sempre lì dietro l’angolo, vale  la pena, in tutti i campi, di cogliere l’appello che ci viene da Don Claudio: Natale, occasione per riaccendere la speranza. Solo avendo questa si può guardare oltre, superare gli ostacoli.

Venendo al profano, se dalle parti del Colombretto e della Montrucca due colossi come McDonald’s e Burger King hanno inteso piantare le tende, hai visto mai che ciò sia foriero di una apparizione mistica delle sempiterne carsiche Aree ATA?

Intanto vi giungano i  più sinceri auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo, come sempre, dal più profondo del cuore.

Stando però sempre in campana: perché, sai neh, noi…

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