Proibito in alcune culture, simbolo distintivo per altre, odiato oppure amato a seconda dei luoghi e dei tempi, il “tatuaggio” è praticato da sempre, talvolta per sottolineare appartenenza sociale, talaltra quale protesta civile, talora invece motivato da risvolti lirici; soltanto recentemente tuttavia ha assunto, nella cultura occidentale, la piena valenza di forma artistica, al confine fra arte “alta” e decorazione del corpo.

Al MAO (Museo di Arte Orientale – Via San Domenico 11) è allestita la mostra “Tattoo. L’arte sulla pelle”, la cui curatela, come il catalogo edito da Silvana Editoriale, è di Alessandra Castellani -antropologa ed autrice di testi inerenti storia e cultura dei tatuaggi nonché indagatrice del mondo biker- e di Luca Beatrice, co-curatore delle mostre, attualmente in corso, “100% Italia” ed “Easy Rider – Il mito della motocicletta come arte”.

Il percorso espositivo mira ad evidenziare le differenti sfaccettature dell’universo dei tattoos: origini, influenze, tatuatori e personaggi tatuati; vengono altresì presentati autori che hanno conferito a questa forma di decorazione cutanea un plus-valore concettuale.

La prima sezione si focalizza sull’area geografica del Sol Levante: il visitatore può dunque ammirare alcuni esempi di “ukiyo-e”, stile di stampe giapponesi, fonti d’ispirazione per pittori europei, impressionisti, post-impressionisti ed esponenti dell’Art Nouveau; le opere di significativi artisti quali Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Kuniyoshi (1797-1861) e Tsukiyoka Yoshitoshi (1839-1892) influirono ampiamente sull’iconografia del tatuaggio di tipo “giapponese”, qui esemplificato da grandi stampe fotografiche riproducenti creazioni dei tatuatori Claudia De Sabe, Filip Leu, Tin Tin e Horiyoshi III.

Kim Joon, artista coreano (in Corea il tatuaggio è vietato) incentra i propri lavori sui tattoos, spesso improbabili ed eseguiti su supporti altrettanto inverosimili, oppure si affida alla tecnologia digitale per raccontare il tattoo quale mezzo di affermazione spirituale.

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Fabio Viale – “Venus”, 2018 marmo bianco, pigmenti, scultura Courtesy dell’artista

Fotografie ottocentesche di Felice Beato documentano poi persone giapponesi tatuate, mentre attraverso le sculture in marmo del cuneese Fabio Viale si determina una “contaminazione” fra arti diverse e culture distanti nel tempo e nello spazio.

Nella seconda sezione sono raccolti ritratti fotografici di donne e uomini Maori, scattati nell’Ottocento dall’esploratore Enrico H. Giglioli, oltre a strumenti storici utilizzati per tatuaggi, scudi ed una maschera cerimoniale Dayak. Una composizione del tatuatore Roxx ed infine un video di Santiago Sierra, che denuncia povertà e degrado sociale, concludono la sezione.

La terza parte dell’esposizione offre, attraverso documenti provenienti dal Museo Cesare Lombroso di Torino, gli studi che il padre positivista della moderna criminologia compì per dimostrare le relazioni fra la tendenza a tatuarsi e quella a delinquere, tesi in contrasto con la pratica dei tatuaggi devozionali tra i pellegrini del Santuario di Loreto.

La rilevanza simbologica delle immagini si evince tanto da frammenti di cute, appartenuti a camorristi napoletani e collezionati dall’antropologo Abele De Blasio, quanto dai disegni, fra cui compaiono altresì Madonne con la pistola, dell’artista Nicolai Lilin (autore del libro “Educazione siberiana”) oltreché da fotografie di detenuti russi.

Plinio Martelli, eclettico artista torinese mancato nel 2016, capì precocemente l’importanza del tattoo e reinterpretò fotografie d’epoca, realizzando opere policrome attualmente inserite nella Collezione del Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivara.

Nell’ultima sezione, si comprende come il tattoo sia lentamente divenuto ormai popolare. Dagli anni Settanta in poi, quando il tatuaggio è incluso nelle performances da Valie Export, Mary Coble e Ross Sinclair, movimento punk e skinheads lo considerano un mezzo per lanciare messaggi di disagio sociale.

Alcuni artisti trasportano la rappresentazione del tatuaggio su oggetti estranei al corpo umano, quali riviste, bambole (Dr. Lakra), oppure finanche su maiali vivi che, una volta morti di vecchiaia ed imbalsamati, diverranno quadri o statue (Wim Delvoye). Mike Giant fissa invece su carta differenti soggetti attraverso una grafica essenziale, mentre Simone Fugazzotto dipinge uno scimpanzè vivacemente decorato. Una mostra, dunque, che incuriosisce e diverte lo spettatore.

 

 

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