Com’è ormai risaputo, Torino, nel quinquennio 2021-2025, sarà sede delle ATP Finals di tennis.

Chi non è propriamente addentro alle questioni legate a palla e racchetta, si sarà probabilmente chiesto perché la notizia dell’assegnazione del “Masters” abbia suscitato così grande eccitazione e compiacimento.

Intanto partiamo dalla definizione dell’evento: Masters o ATP Finals?

Alla fine degli Anni Sessanta del secolo scorso, quando il mondo del tennis decise finalmente di scrollarsi di dosso la patina boriosa  e smetterla con l’assurda divisione tra professionisti e pseudo-dilettanti, ci fu un bel rimescolamento che schiuse le ali ad una nuova era tennistica: di lì a poco sarebbe nato il primo sindacato dei giocatori, l’Association of Tennis Professionals (ATP) e allo scoccare del nuovo decennio a Tokyo sarebbe andato in scena il primo torneo dei “Maestri”, il “Masters”, un torneo che andava a chiudere l’annata di gare, un torneo ristretto e riservato ai migliori otto giocatori dell’anno.

Ben presto il torneo dei “Maestri” prese ad imporsi come uno degli avvenimenti più importanti del panorama tennistico mondiale, secondo soltanto alle quattro tappe che formano il “Grande Slam”: gli Australian Open, il Roland Garros parigino, Wimbledon e gli U.S. Open di New York.

A partire dalla fine degli Anni Ottanta e all’inizio dei Novanta, l’ATP consolidò il proprio ruolo e marcò ulteriormente il territorio mandando in solaio la definizione “Masters” e introducendo il marchio ATP Finals, atto finale d’un circuito mondiale, al quale si qualificano i primo otto della “race”, la classifica annuale che si forma a rotta di collo settimana dopo settimana in ogni landa dei cinque continenti.

Le ATP Finals non hanno mai avuto una sede stabile: con Torino, diventano ben 15 le sedi di questa gara itinerante che è stata ospitata in sedi prestigiose come New York ed altre meno come Hannover, ma che ha sempre suscitato grandissimo interesse.

Negli ultimi anni le Finals avevano trovato casa a Londra facendo registrare un saldo positivissimo in termini di partecipazione di pubblico e di introiti.

Considerata chiusa, per più di un motivo, la parentesi londinese, Torino, con un’alzata d’ingegno mica da poco, era riuscita ad inserirsi nella “short list”, nella rosa ristretta delle sedi papabili, ma sembrava davvero che la decisione in nostro favore non dovesse e potesse arrivare.

Un triste gioco di fideiussioni da versare a garanzia sembrava un ostacolo insormontabile, con la parte notabile del direttivo dell’ATP che sembrava giocare al rialzo per ottenere da Tokyo molto di più di quanto Torino potesse offrire. Per fortuna ha avuto un peso notevole l’eccellente presentazione fatta dal sindaco di Torino Chiara Appendino che, grazie al suo inglese very fluently, ha saputo sciorinare come meglio non si sarebbe potuto il progetto sabaudo, che verterà sull’utilizzo del Pala Alpi Tour come sede di gara, su una parte del Circolo della Stampa Sporting attrezzato per diventare il centro a supporto dell’evento e un rimaneggiamento della piscina monumentale che verrà riconvertita all’uso. E poi, per una volta, è stato grande il gioco di squadra che istituzioni, CONI e Federtennis hanno saputo attuare. Davvero bravi.

Però senza la grande spinta venuta dai giocatori più forti – che proprio non volevano saperne di volare a Tokyo verso fine novembre – e dalle questioni televisive legate alle “dirette” della parte occidentale del globo, la cosa avrebbe potuto prendere altra piega. Ma tutto è bene ciò che finisce bene.

Per Torino si tratta di una nuova grande opportunità, dopo il fallimento del tentativo di provare ad essere ancora  sede olimpica.

Gli spaventati da ogni novità temono e temeranno che la nuova operazione organizzativa si prospetti come un “pacco”: rapporto costi e benefici rischioso, con qualche pesante eredità alla fine con la quale dover fare i conti.

Qui la questione, se si permette, è diversa. Intanto nessuna “cattedrale nel deserto” dovrà essere costruita ex novo, quindi i rischi impattanti sono davvero minimi. Certo, occorrerà una bella squadra manageriale, per “vendere” il prodotto-Torino. Dalla nostra però abbiamo tutto: strutture, macchina organizzativa, luoghi e storia incomparabili: bisogna però correre. Adesso. Subito.

Checché se ne dica, pur consci del fatto che un prezzo è stato pagato e ancora lo stiamo pagando, questa nostra città senza le Olimpiadi del 2006 sarebbe diventata una città morta. Fallito il progetto di rilancio col terziario avanzato, la città più “fordista” d’Italia, con la Fiat sempre più lontana come portafoglio e un cuore sempre più spremuto, sarebbe diventata esangue. Le Olimpiadi ci hanno rivitalizzato, ma l’onda lunga si sta fatalmente esaurendo. È bastato un fattaccio come quello di Piazza San Carlo per far pensare che nessun organismo internazionale avrebbe più voluto guardare con  interesse verso di noi. La faccenda del TAV poi continua non giovarci.

Le ATP Finals possono rappresentare il nuovo volano. Torino torna protagonista a livello mondiale.

Un’occasione da non perdere. Il futuro è di nuovo qui.

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