In occasione dei centoquarant’anni dalla nascita di Matteo Olivero, l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino rende omaggio a uno fra i più significativi esponenti della seconda fase del divisionismo italiano con una mostra monografica che sarà visitabile sino al 29 settembre prossimo. “Matteo Olivero. La formazione, i temi, la fortuna” è un’intensa esposizione, curata da Antonio Musiari, che si articola contemporaneamente presso la Pinacoteca dell’Accademia Albertina e in altre cinque sedi: al Museo Casa Galimberti a Cuneo con i dipinti commissionati dal senatore Tancredi Galimberti; alla Pinacoteca intitolata all’artista e alla Castiglia di Saluzzo con sezioni dedicate al periodo della formazione accademica e ai ritratti; al Museo di Arte Sacra di Acceglio e all’Associazione culturale “Lu Cunvent” a Rore di Sampeyre che propone i paesaggi della Val Varaita. Le sei sedi espositive mettono complessivamente a confronto 207 opere, permettendo così al visitatore di avvicinarsi e condividere con il “pittore della montagna” la passione e l’amore per la natura.

Matteo Olivero nasce nel 1879 a Pratorotondo una frazione di Acceglio, nella Val Macra occitana; dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre a Torino per frequentare l’Accademia Albertina e diventare allievo di Giacomo Grosso, Paolo Gaidano, Celestino Gilardi e Leonardo Bistolfi grazie al quale si avvicina anche alla scultura. É del 1900 la sua prima opera, il Rejetto, un busto in gesso che espone alla Promotrice di Torino. Nello stesso anno visita l’Esposizione Universale di Parigi, scoprendo l’arte di Giovanni Segantini e il Divisionismo. La sua carriera artistica si svolge tra Torino e Venezia, tra un’esposizione a Genova, Roma, Parigi, Ginevra, tra una Biennale a Venezia e una Triennale a Milano, tornando però sempre ad Acceglio o facendo lunghi soggiorni a Saluzzo, in Valle Varaita o in Valle Po: Olivero mantiene dunque un legame strettissimo, indissolubile con le proprie radici, con le montagne in cui è nato.

É un uomo schivo e poco propenso alla competizione professionale delle grandi città; è un personaggio dalle grandi contraddizioni: pur essendo riconosciuto, sin dagli esordi, come artista a livello internazionale, non si è mai staccato dalla sua terra e da sua madre: la sua mecenate, la sua modella, la sua musa. É stato definito il pittore “strambo” forse per le sue contraddizioni, ma non certo per la sua espressione pittorica caratterizzata da una formazione accademica molto solida, da un’ottima conoscenza della prospettiva, delle tecniche, della luce e del colore; dalla composizione delle sue opere emerge una costruzione lucida e razionale.

Il suo animo inquieto però lo porta presto ad abbandonare la tradizione accademica per aderire al Divisionismo, del quale si farà promotore e che sarà per lui un vero strumento di comunicazione. Il concetto di pennellata divisa ben racchiude il “credo” artistico di Olivero che, oltre all’interesse per le leggi della scienza ottica e l’organizzazione razionale dell’immagine, trova nella pittura un luogo di espressione dei sentimenti, dell’immaginazione, delle poliedriche sfaccettature della realtà umana.

Il Divisionismo in Italia si sviluppa parallelamente al fenomeno francese: il concetto di disporre il colore sulla tela mediante tocchi di colore puro, mai mischiato, con pennellate direzionali, filamentose, sinuose che talvolta si avvolgono su sé stesse, assecondando le forme, si differenzia dal Pointillisme (Puntinismo) di Seurat soprattutto per l’interesse per le problematiche sociali e di vita quotidiana che coinvolge alcuni esponenti del movimento, tra i quali Giuseppe Pellizza da Volpedo che con il suo “Quarto Stato” è diventato l’emblema dell’epoca moderna.

Olivero è affascinato dal sole, dalla natura nelle sue espressioni più elevate, preferisce questi soggetti alla figura, che comunque introduce come elemento accessorio; le sue tele sono scorci folgoranti, sono paesaggi di una bellezza mozzafiato, caratterizzati da luci/controluci/riverberi intensi che inducono emozioni, sono uno spaccato della memoria   storica delle valli intorno al Monviso.

Il 28 aprile 1932, a Verzuolo, mentre dipingeva un’opera dal titolo “Serenità” decide di abbandonare la luce per il buio, lasciandosi cadere dall’abbaino del suo studio: l’ultima sua contraddizione.

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