Quale più recente approdo di un progetto che mira a valorizzare la figura di un pittore di talento, purtroppo rimasto a lungo nell’oblio (seppur a causa di una scarsa propensione dell’artista stesso a promuovere il proprio lavoro), la mostra “Alessandro Poma 1874-1960. Impressioni di natura” a cura di Daniela Berta e Maria Luisa Reviglio della Veneria, allestita al Museo della Montagna di Torino, segue una serie d’importanti esposizioni in cui si evidenziavano aspetti differenti della produzione artistica dell’autore. Il titolo dell’Esposizione indica la nascita e la scomparsa di Poma, avvenute rispettivamente a Biella ed a Courmayeur.

I testi critici pubblicati in occasione delle mostre tenutesi a Roma (1980, 1983, 2007, 2009), a Courmayeur (2005-2006) ed a Piano di Sorrento (2007) sono confluiti nel corposo catalogo generale delle opere “Alessandro Poma 1874–1960” (Ed. Polistampa, 2010) a cura di Lodovico Berardi e Maria Luisa Reviglio della Veneria con prefazione di Claudio Strinati e testi di Lodovico e Francesca Berardi, Pier Andrea De Rosa e Gian Giorgio Massara.

Si sono potuti ammirare i lavori del pittore altresì nel 2012 a Moncalieri (esposizione promossa dalla Famija Moncalereisa e dalla Provincia di Torino, riproposta nel Palazzo degli Ufficiali del Forte di Fenestrelle) e nel 2017 presso il Museo del Territorio Biellese (coordinamento di Mauro Donini, Valeria Miotello, Lucia Caucino e Comune di Biella, percorso espositivo e testi di Alessandra Montanera e Ideazione Soc. Coop).

L’attuale mostra al Museo della Montagna sottolinea alcuni tra i numerosi temi prediletti dall’autore, che inizia a dipingere molto giovane, divenuto presto allievo di Mario Viani d’Ovrano (1862-1922), artista amante dei paesaggi  canavesani ed alpini. Alessandro trascorre le giovanili vacanze estive nelle Valli di Lanzo, ove s’ispira ai panorami di Ala di Stura, Balme e Pian della Mussa sperimentando numerose tecniche artistiche.

Nel dipinto “Donna che ritira il bucato” la località ritratta “è quella probabile di Martassina” (Massara), mentre sullo sfondo di “Baite e pecore in alta montagna” appare l’Uja di Mondrone.

Nato da una famiglia biellese distintasi nel campo del tessile per un’illuminata imprenditorialità paragonabile a quella dei Leumann o degli Olivetti, Poma trova un secondo Maestro in Lorenzo Delleani (nato a Pollone) ed assimila gli insegnamenti dei paesaggisti, quali Massimo D’Azeglio, Antonio Fontanesi oppure la scuola di Rivara; quando il pittore nel 1920 si trasferisce a Roma, Giulio Aristide Sartorio gli impartisce lezioni private e quindi lo invita a collaborare in un’importante mostra veneziana. Poma partecipa altresì al gruppo dei “XXV della Campagna Romana” ed apprende gli insegnamenti dello scultore Victor-Jean-Ambroise Segophin. Durante i lunghi soggiorni estivi a Villa Maresca (Piano di Sorrento) ospita i pittori Guido di Montezemolo e Felice Carena.

Dagli anni Venti frequenta Courmayeur, ove si stabilisce definitivamente intorno alla fine degli anni Trenta e dove interpreta, nelle opere a pastello, la fuggevole varietà di forme e di cromie, cogliendo spesso i medesimi soggetti nel mutare della luce e delle stagioni.

Poma costituisce dunque “un caso interessante nel quadro del paesaggismo piemontese di primo Novecento” (Virginia Bertone), sebbene si avverta finanche l’influenza del Simbolismo e dell’Art Decò nei ritratti delle figlie “Giuseppina” e “Lucia”. L’abilità dell’autore si palesa significativamente nell’etereo e malinconico “Tondo con Lucia bambina”.

Alessandro Poma (1874-1960)
“Donna che ritira il bucato” – Olio su tela

Le montagne, i fiori e gli alberi si traducono in “dissolvenza graduale e significante del colore”, in “superamento della linea percettiva e definente” (Egidio Maria Eleuteri), fino a divenire “sinfonie cromatiche e palpitante luce nell’atmosfera, controllate da prima da un senso istintivo di armonia, poi liberamente espresse in un fulgore prorompente di vividi colori” (Cecilia Pericoli Ridolfini).

La tecnica a pastello, la più congeniale a questo artista, gli permette di “superare e disperdere la visione reale dell’oggetto secondo una rappresentazione […] molto più vicina al visionarismo ed al surrealismo che non al naturalismo”.

Attraverso l’immediatezza ed il valore attribuito al gesto, talvolta Poma richiama alla mente dell’osservatore persino determinati esiti della pittura informale (“Fioritura alpina con nuvola”, “Ciuffi di viole”).

In contemporanea, al Museo della Montagna si può pure apprezzare la mostra “Senza limiti, oltre i confini – Cinema sulle Alpi Occidentali”, a cura di Marco Ribetti ed Enrico Verra. Le sezioni dell’esposizione sviluppano otto temi mentre presentano manifesti, immagini e video relativi a film e documentari di particolare importanza per il cinema di montagna. Il materiale proviene sia dalla Cineteca storica e Videoteca del museo sia dal Musée Alpin di Chamonix-Mont-Blanc, istituti culturali uniti nel progetto europeo “Interreg Alcotra iAlp. Musei alpini interattivi”.

Un’ulteriore possibilità per allargare lo sguardo verso fresche vette, nella calda estate torinese.

 

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