Antonino, mettiamola sul personale, ci racconti un po’ di te? Com’è la tua storia?
Come immagino molti sapranno, io sono un siciliano DOC. Il mio luogo di nascita è Brolo, provincia di Messina. Un paese di quasi 6.000 abitanti, affacciato sul Mar Tirreno, dominato da una fortezza medioevale che fu residenza della principessa Bianca Lancia, moglie dell’imperatore Federico II. A Brolo nacqui nel 1964, ma ci restai poco. A tre anni la mia famiglia venne al nord, qui a Caselle. Mio papà era muratore e carpentiere, e qui il lavoro non mancava.

Com’era allora Caselle? Come ti inseristi?
Quando arrivai qui, parlavo solo dialetto siciliano. L’italiano lo imparai a scuola, facendo le elementari in via Guibert; poi mi ricordo anche delle aule in via Gibellini, a fianco dell’oratorio, e dentro Palazzo Mosca. L’integrazione me la conquistai qui, per le strade di Caselle, giocando con gli altri bambini. Mi ricordo le piste per le biglie al Prato della Fiera, dove giocavamo anche a pallone. In quel periodo diventai anche terzino del Caselle Calcio. Con le scuole medie, le mie giornate cambiarono. C’era da aiutare in famiglia, ed imparare un mestiere. Il pomeriggio cominciai ad andare da Salvatore Arnone, che aveva già la sua bottega di barbiere, ed era padrino di mia sorella. “Vai da Salvatore, poi passo io” furono le parole di mio padre.

Così quello fu l’inizio, di quella che è poi diventata la professione della tua vita.
Si, ero garzone apprendista. I miei compiti: accogliere il cliente, spazzare per terra, lavare i capelli. Ricordo che le mie prime paghe erano di 5000 lire alla settimana, e comunque fu così che imparai il mestiere. Finite le scuole medie, Salvatore volle che facessi le scuole professionali, che allora erano a Torino, in via Garibaldi angolo via della Consolata. Le frequentai dal 79 all’81. Quindi passai all’Accademia ANAM: al Centro Artistico Acconciatori Maschili ottenni anche una medaglia come migliore allievo. Nell’81 ero un giovanotto irrequieto e mi presi un anno sabbatico; mi allontanai da Caselle, andando ad abitare da una zia a Novara. Ma già nell’82 ero di nuovo qui a Caselle, nella bottega di Gianni Mantovani: posso dire che, se da Salvatore ho imparato il taglio classico, Gianni mi ha rifinito sul moderno. Nell’85 l’interruzione per il servizio militare. Feci il CAR a Casale Monferrato: mi ricordo ancora, come fosse oggi, la prima adunata nel cortile della Nino Bixio, con il capitano che, saputo del mio mestiere, mi fece la domanda-trabocchetto “Dimmi, i miei capelli sono colorati o no?”. Non so se diedi la risposta giusta, comunque per il servizio definitivo finii a Palmanova, nel lontano Friuli.

Quando apristi poi la tua bottega?
Finito il militare, tornai a casa, e ripresi il mestiere presso acconciatori a Borgaro e Ciriè. Nel frattempo feci domanda in Comune per poter aprire un mio negozio. Finalmente si presentò l’occasione: si era liberato un locale, in via Martiri 9, proprio di fronte alla lavanderia Succo. Era l’agosto del 1986. Stetti lì per 12 anni, fino al 1998, quando presi in affitto gli attuali locali, in via Roma 4. Gli inizi sono stati duri, e devo dire grazie alla mia famiglia che mi è sempre stata vicina. Pian pianino mi sono fatto la mia clientela. In tante cose sono stato un innovatore, come per le sfumature di colore, o il doppio e triplo taglio, in anni in cui nessuno qui a Caselle li proponeva. Se ho un rimpianto, è quello di non aver avuto la possibilità di andare a perfezionarmi all’estero. Comunque anche qui a Caselle di cose carine ne ho fatte: molti casellesi si ricorderanno le sfilate con modelle da me acconciate, nel Settembre Casellese al Prato della Fiera o in piazza Europa.

Come si è evoluto il mestiere in tutti questi anni, e come si affronta oggi la concorrenza del franchising, con i tanti negozi che aprono nei centri commerciali, e quella dei saloni asiatici, che giocano sul low cost. Qual è la tua ricetta?
Il mestiere negli anni è cambiato parecchio. Lo spartiacque è stata l’entrata in vigore della nuova disciplina del settore, nel 2005, che ha superato le differenze e limitazioni che c’erano prima. Da allora non si parla più di barbieri per uomo, o parrucchieri/e per uomo o donna: ora sono tutti acconciatori. Anche l’uomo è più esigente, e chiede servizi non tradizionali, come la colorazione. Quello di acconciatore, o hair-stylist come io preferisco definire la mia attività, è un mestiere in cui per emergere serve l’abilità manuale degli artigiani, il talento creativo degli artisti, l’intuito degli psicologi. Ma se posso aggiungere un quarto ingrediente, per completare la ricetta, questo è la centralità del cliente, l’attenzione a farlo sentire a suo agio, e in questo non c’è differenza fra uomo e donna. E a tutti i miei clienti rinnovo il mio grazie.

Rispondi