Ho sempre pensato che l’appartenenza ad un social, se ben gestita, potesse essere una opportunità. In più di un’occasione ho avuto modo di ricredermi, spesso sono stata tentata di uscirne; aggressività al limite del “cafonal”, si va di pancia, con giudizi draconiani, senza risparmio di epiteti, sentenze, offese, il sentito dire, l’esperienza del vicino di casa, del parente o affine come fonti di maggiore informazione, espresse in modo pittoresco e spesso sgrammaticato.
Oggi le conversazioni sono tutte unidirezionali, il Covid-19 ha monopolizzato ogni attenzione. I leoni da tastiera, i filosofi dell’università del web passano le giornate a dibattere sul come, perché, quando e chi ha provocato questa situazione, tutte le ricette e le formule per superarlo. Sono nati degli esperti, dei tuttologi, dei virologi, c’è un indotto di conoscenze formatesi all’università della strada, in grado di sostenere ogni argomentazione e ogni arringa.
Ha fatto la sua comparsa, dopo precedenti avvisaglie, nella seconda metà di febbraio, affrontato inizialmente in modo contradditorio, a volte con leggerezza, con ostentazioni fuori misura e di cattivo gusto esibite sui social. Fin dall’inizio si sono manifestati contradditori pesanti, con conseguenti prese di posizione a favore di questa o quella tesi. Proclami, previsioni a volte catastrofiche a volte con dimostrazioni di ottimismo, supportato da pseudo sondaggi, proclami di questo o quel personaggio, spesso per pura diffusione di immagine, quindi di nessuna utilità, creando senso di impotenza e confusione, alimentando la paura e il disagio davanti ad un qualcosa che con il passare dei giorni andava fuori controllo.
Sono nati fenomeni, i cosiddetti “flash mob”, dall’inglese flash, lampo, inteso come evento rapido, improvviso, e mob, folla. Originati in ogni ambito: quelli sonori, sui balconi delle case, ci hanno fatto rispolverare l’inno nazionale, abbiamo applaudito gli eroici, infaticabili sanitari, di ogni ordine e grado, abbiamo acceso le candele sui davanzali, abbiamo recitato il Padre Nostro con Papa Francesco, assistito alla Messa o alla recita del rosario di un sacerdote sul web. È nata una sorta di welfare di comunità, senso del vicinato, quel vicinato spesso invisibile pur vivendo a parete.
In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dandoci l’illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto. Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?
Questo virus ci costringe ad una forzata solitudine, nuclei familiari ridotti all’osso, figli lontani che chissà quando rivedremo, amici con i quali c’erano appuntamenti…Rimandati, cammini, viaggi…tutto finito in un contenitore, sul cui coperchio c’è scritto “dopo”.
In questo durante possiamo sognare, ricordare, rimpiangere, sperare. I social, nella loro dimensione migliore, grande occhio vigile, ci propongono una quotidianità virtuale fatta di incontri, luoghi, interessi. Ci mettono anche davanti alla realtà quotidiana del virus, fatto di numeri, statistiche, problemi, personaggi che abbiamo conosciuto proprio in questo periodo. abbiamo quindi modo di conoscere i rudimenti del contagio, i suggerimenti per la prevenzione, i limiti che vengono imposti, con le scuole di pensiero. Torneremo a toccarci senza paura. Fino ad allora, nulla ci vieta di pensarci fortissimo (e magari farcelo sapere).

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.