Ogniqualvolta mi accingo a spiegare ai miei alunni una crisi storica mi ripeto ormai, come un disco rotto (ma per fortuna ogni anno è una classe diversa a subire la tiritera..), sottolineando che la parola crisi è da intendere, assolutamente, come sinonimo di cambiamento.

 

Inevitabilmente si finisce, dopo discussioni più o meno accese, per condividere l’idea che ‘cambiare’ non si può considerare un’azione negativa e che, dati alla mano, risulta difficile rintracciare negli annali storici una ‘crisi’ che abbia avuto, come conseguenza, un nulla di fatto o, peggio ancora, un ritorno alla situazione antecedente l’evento.

 

In verità qualcuno ci provò al termine dell’epopea napoleonica con il tentativo di restaurare l’Antico Regime pre Bonaparte nel 1815, ma la Storia pretese il pegno dovuto scatenando uno dei periodi più rivoluzionari che l’uomo ricordi e che cambiò radicalmente il volto dell’Europa e i destini del mondo stesso.

 

Ecco, al netto di ciò che ancora dovremo subire in conseguenza della pandemia che ancora oggi stravolge l’umanità, di questo ci dobbiamo rendere conto ed esserne profondamente convinti: domani non potrà e non dovrà essere come ieri, mai più!

 

Come sempre, di fronte a una crisi in atto, non è facile parlare di domani, di futuro quando ancora la tragedia è, direttamente o indirettamente, nelle nostre ossa, nel profondo dei nostri animi. Quando sono impresse nelle nostre menti i visi di chi soffriva e di coloro che, disperati, cercavano di portare aiuto, a rischio della loro stessa vita, diventa difficile volgere lo sguardo al domani, ma questo è il nostro dovere, l’impegno inderogabile verso chi dovrà vivere il futuro.

 

Che in meno di due mesi il mondo sia cambiato, radicalmente, dall’economia all’ecologia, dalla convivenza sociale al rapporto con se stessi e con la natura, è evidente a tutti. Ma è altrettanto innegabile che nello specifico di ogni settore della vita umana nulla sarà più come prima: la scuola, il turismo, i viaggi, la convivialità, il lavoro, il tempo libero, lo sport, la sanità, la religione…

 

Qualcuno forse spera ancora che, in tempi accettabili, tutto o quasi ritorni come prima, ma così pensando queste persone non fanno che ricalcare tristemente le orme di coloro che pensarono, duecento anni fa, di cancellare con un colpo di spugna lo tsunami napoleonico per ritornare alle loro parrucche, alle corti settecentesche di un mondo che non c’era più.

 

Da oggi abbiamo invece l’obbligo morale di riprogettare il lavoro, la scuola e la mobilità sul territorio; dare dignità e mezzi a chi lotta per la salute, riequilibrare il diritto alla dignità come individui e pretendere una vera redistribuzione della ricchezza. Ritrovare un rapporto sostenibile con la natura, ridare valore a ciò che è veramente utile ed essenziale relegando nell’angolo più profondo il vacuo e il superfluo. Ritrovare, finalmente, se stessi come esseri pensanti e spirituali.

 

Chi deve sostenerci in questa nuova ed entusiasmante avventura? Un Governo? I politici? Gli esperti? Le guide spirituali?

 

Beh, in parte sì, i loro ruoli afferiscono a queste tematiche, ma i veri rivoluzionari dovremo essere noi, nelle nostre singolarità di esseri senzienti.

 

Capiamolo una buona volta che il mondo gira perché ogni singolo, unito ad altri miliardi di singoli, fa sì che esista una certa realtà; se non fosse per noi gli ipotetici o non ipotetici Grandi Poteri sarebbero il nulla.

 

Il Dio del Calcio non esisterebbe se non ci fossimo noi ad idolatrarlo pagando, la macchina perversa del consumismo sarebbe ai box da tempo se non l’avessimo, tutti, identificata con la felicità perduta, i valori stessi dell’esistenza, come amore, amicizia, onestà, equità, dignità, rispetto…, passano inesorabilmente attraverso la nostra approvazione e collocazione in una scala di importanza.

 

Ci è concesso ancora una volta (la Storia è generosa…) di dare una svolta al nostro futuro… non sprechiamola perché potrebbe essere l’ultima!

 

 

 

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