La storia dell’uomo con l’ombrello

Dal nostro corrispondente a Bordeaux, Andrea Borello

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Una camionetta della Gendarmerie si ferma al semaforo di una semideserta Place de la Victorie, a Bordeaux. Scende un gendarme in uniforme e intima ad un piccolo gruppo di uomini seduti a terra, ai piedi dell’obelisco rosa che domina la piazza, di rientrare a casa loro: “Rentrez chez-vous!”  Quelli rispondono: “Nous ne pouvons pas, Monsieur! Nous sommes des SDF!” Dicono che non possono, che sono degli SDF, dei Sans Domicile Fixe, dei senza dimora. Dei barboni, come si sente spesso dire, con una nuance lievemente dispregiativa. Episodi di questo genere accadono ogni giorno nelle aree sottoposte al lockdown. In effetti, non possono restare nella loro casa persone che una casa non la possiedono. In questo periodo la loro situazione è particolarmente tragica. Le strade sono vuote, come vuoti sono i loro bicchieri per l’elemosina. La solitudine si fa sentire prepotentemente. Alcune associazioni cercano di dare loro una mano attraverso delle maraudes, ovvero delle unità di strada. Una di queste associazioni è la Croix Rouge Francaise, la Croce Rossa Francese, di cui da qualche mese sono diventato anche io volontario. Un tardo lunedì pomeriggio dei primi di marzo, in cinque volontari, abbiamo preparato della zuppa, del caffè e qualche altra bevanda calda, caricato delle coperte e dei kit d’igiene su un veicolo e siamo partiti, in giro per la città. L’obiettivo non è tanto dare a queste persone del caffè bollente, quanto dare loro un po’ di calore umano, sapere come stanno, farsi raccontare perché si trovano sulla strada e da quanto tempo. Si incontrano sempre moltissime persone, e bisogna cercare di tenere a memoria il nome di ciascuno, così la volta successiva c’è più confidenza. La Croce Rossa esegue queste azioni sociali su strada tre volte la settimana, e questa per me è stata la prima esperienza. A chi è del mestiere queste righe potranno sembrare scontate, ma per me è stata un’esperienza forte, e per questo desidero condividerla. Ricordo che incontriamo per primo Maurice, che ha circa cinquant’anni e dorme all’uscita di un parcheggio coperto. Parliamo con lui. Quella mattina in città sono scesi due fiocchi di neve per la prima volta dopo quasi vent’anni. Maurice ha freddo. Gli diamo del caffè, una coperta, delle mele. Maurice non può lavarsi, perché le docce della stazione, dove andava di solito, hanno chiuso a causa dell’epidemia. Gli indichiamo delle nuove docce, aperte e gestite dalla Croce Rossa. Maurice ha male a una spalla, perché in Libia è stato bastonato selvaggiamente in un campo profughi. Gli indichiamo uno studio medico gratuito, apposta per i senza dimora. Saliamo di nuovo sull’ambulanza e partiamo. Incontriamo Mimì. Lui sta bene, ci espone qualche teoria complottista sul coronavirus e accetta di buon grado un caffè ed un pacco di crocchette per la sua cagnetta. Il giro prosegue: incontriamo Cecile, che mentre parliamo cerca assiduamente dentro i bidoni e ci dice che pregherà per noi; Christophe, a cui qualcuno ha finalmente comprato delle scarpe; Sebastien, che è appena uscito di prigione, ma a causa della pandemia non riesce a incontrare il suo avvocato e regolare dei documenti per poter affittare una casa, e così via. Sotto al portico di un negozio, ormai chiuso per l’emergenza sanitaria, vi è un uomo, in piedi, vestito elegantemente, con completo, cravatta e le scarpe nere tirate a lucido. Al suo fianco, poggiato a terra, vi è un ombrello, aperto in modo che faccia un po’ da tenda e da separé con la strada, e dietro di esso un materasso. È bizzarro per essere un senza dimora. Si chiama Miguel ed è portoghese, è la prima volta che incontra una maraude della Croce Rossa e, quando gli chiediamo se è sulla strada da molto, ci racconta la sua storia. Era ancora uno studente di legge, in Portogallo, quando conobbe una ragazza francese, di Lille. Si innamorarono, lui scelse di trasferirsi a Lille e finire lì i suoi studi. Si sposarono ed ebbero tre figli. Avevano una grossa casa  e lui lavorava come maître in un hotel cinque stelle. Ci racconta che amava il cinema e aveva una videoteca con tremila DVD. Improvvisamente, un giorno di ventiquattro anni fa, la sua sposa e i suoi tre bambini restarono coinvolti in un grave incidente automobilistico. Morirono tutti. La sua vita proseguì triste. Infine, lo scorso anno, poco dopo il suo sessantesimo compleanno, gli viene diagnosticato un tumore al pancreas. Gli danno ancora un anno di vita, non di più. E allora lui prende e lascia tutto in beneficienza. Conserva con sé qualche vestito ed un ombrello e fugge. Va a Parigi, Nantes e poi arriva a Bordeaux. È difficile togliermi la sua storia dalla testa. Talvolta ci concentriamo così tanto sulle nostre piccole sfortune, da dimenticare che molte persone hanno una vita molto più triste e miseria della nostra, e che per incontrare queste persone non è necessario andare fino in Bangladesh o in Africa o chissà dove. È sufficiente scendere nelle nostre strade. Lo sappiamo tutti in realtà, ma spesso preferiamo dimenticarcene per annegarci le nostre disgrazie, ingigantendole anziché relativizzarle. Ecco, la sua storia non mi ha aperto gli occhi, ma li ha costretti guardare e prendere atto senza la possibilità di distogliere lo sguardo.

Andrea Borello

*per rispetto verso la privacy di queste persone i nomi propri e di luoghi usati nel testo sono fittizi, ma le storie sono originali.

 

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Il compleanno del capo unità durante la pausa
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Partenza dall’unità locale a bordo del veicolo

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