“Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare” Ernest Hemingway, scrittore, viaggiatore e amante dei “cuneesi al rhum”.

Questa volta ritorniamo a Cose Nostre di dicembre 2013 per continuare il nostro racconto di un viaggio fatto nel 1988 in compagnia dei casellesi Enrico Ansaldi e di sua moglie Laura.

Twyfelfontein è un sito archeologico dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco ed è famoso per le sue numerose pitture e incisioni rupestri realizzate dai popoli primitivi, che abitavano queste terre difficili e inospitali da oltre 10.000 anni.

I petroglifi, che si pensa siano stati realizzati dal popolo San, che abita queste terre fin dai tempi ancestrali, sono datati dai 1.000 ai 10.000 anni fa e sono stati realizzati senza l’utilizzo di strumenti di metallo, ma solamente con l’ausilio di utensili di quarzo, come testimoniano i numerosi reperti trovati nella zona.

Le incisioni vennero scoperte intorno al 1914, anche se non vi è una data certa in merito, da Reinhardt Maack che in seguito pubblicò un rapporto nel 1921 all’amministratore dell’Africa sudoccidentale. I suoi scritti suscitarono molta curiosità riguardo al sito.

La valle, dove si trova il sito archeologico, venne però dichiarata monumento nazionale solo nel 1952 per arrestare il continuo furto di incisioni rupestri e successivamente, nel 2007, venne dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, un riconoscimento importante per una delle maggiori concentrazioni di petroglifi in Africa.

Quello che differenzia Twyfelfontein da altri siti archeologici nel mondo è che gli artisti che li hanno realizzati non appartengono ad un popolo ormai estinto. Vennero realizzati dai San, un popolo che ancora oggi vive in queste terre: questo aspetto accomuna Twyfelfontein con le Colline di Tsodilo in Botswana.

Le popolazioni locali avevano chiamato questo luogo Ui-Ais, che significa “sorgente permanente”, era un luogo dove spostarsi ed accamparsi durante i mesi secchi, o durante periodi di prolungata siccità, per ricavare l’acqua necessaria alla sopravvivenza.

Curiosamente il nome Twyfelfontein significa “fonte incerta” in afrikaans, e risale a David Levin, un topografo di Mariental, che, alla fine degli anni quaranta, si trasferì nella valle con la famiglia, arrivando fino a qui con un carretto trainato da asini, dopo aver seguito una pista di elefanti.

David Levin in seguito, nel 1948, acquistò il terreno e gli diede il nome di Twyfelfontein perché l’unica sorgente in zona era scarsa e fonte di costante preoccupazione, e non era sicuro se la sorgente avrebbe fornito acqua sufficiente per i suoi animali e la sua famiglia.

Le incisioni di Twyfelfontein differiscono da quelle che si trovano in altri siti, solitamente infatti le incisioni e le pitture si trovano sotto speroni di roccia o all’interno di caverne, mentre queste si trovano all’aperto.

Grandi rocce piatte costituivano la superficie di lavoro ideale per i San che, intagliando, incidendo e abradendo la roccia, creavano le forme o gli schemi che desideravano.

Lavorando la roccia i San riuscirono ad incidere e a rimuovere lo strato esterno della roccia, una specie di patina dal colore scuro che si era formata nel corso dei secoli, grazie all’azione degli agenti atmosferici, e raggiungere la sottostante roccia dal colore arancione intenso.

Nel corso dei secoli le incisioni si sono ossidate e questo processo ha contribuito a preservare queste opere di arte rupestre.

A Twyfelfontein sono presenti oltre 2.500 incisioni che raffigurano numerose specie di animali selvatici, tra cui rinoceronti, giraffe, orici, struzzi, kudu, zebre, elefanti e leoni, sono presenti anche numerose impronte umane e animali, una serie di forme geometriche e alcune immagini insolite di foche e fenicotteri. Il mare dista da qui circa 100 km, ma si pensa che i San raggiungessero le coste per approvvigionarsi di sale e in questi loro viaggi avessero imparato a conoscere questi animali.

Si ritiene che l’arte rupestre a Twyfelfontein venne realizzata durante la stagione secca dell’anno, quando la carenza di acqua e cibo costringeva le persone a radunarsi vicino alla sorgente. In questo periodo si aveva anche una intensa attività rituale, soprattutto legata alla propiziazione delle piogge, questi rituali hanno contribuito a rafforzare i valori e la coesione del gruppo.

Gli studiosi pensano che gran parte dell’arte rupestre di questo sito sia la rappresentazione di ciò che lo sciamano vedeva mentre si trovava nel mondo degli spiriti. Questa era quindi riservata alle persone della medicina, o sciamani, e aveva due funzioni: come mezzo per entrare in contatto con il mondo del soprannaturale, e per annotare le esperienze in quel mondo, ossia la rappresentazione di ciò che lo sciamano vedeva mentre si trovava nel mondo degli spiriti.

Essi entravano nel regno degli spiriti attraverso il raggiungimento di uno stato di trance per mezzo della danza e dell’iperventilazione, ma anche grazie ad alcune incisioni su roccia; infatti le scheggiature effettuate sulla roccia e il relativo suono ripetitivo e monotono avrebbero potuto contribuire alla concentrazione mentale.

Ogni caratteristica di un’incisione è intenzionale e ha un significato specifico ben preciso: ad esempio i kudu erano potenti simboli di fertilità, la famosa incisione del “dancing kudu” raffigura una femmina di kudu incinta, altri animali come elefanti e orici venivano rispettati e ammirati per la loro capacità di trovare l’acqua, così come gli gnu e gli springbok.

Le giraffe sono molto comuni nell’arte rupestre di Twyfelfontein, le loro gambe sono state raffigurate senza zoccoli come se volassero nell’aria, questo rappresenta la sensazione di innalzarsi nell’aria sperimentata dallo sciamano durante la trance.

In una rappresentazione una giraffa ha cinque corna, in realtà non sono corna, bensì la mano dello sciamano che si trasforma in giraffa nel mondo degli spiriti; inoltre le giraffe per i San erano un potente mezzo per creare le piogge; il lungo collo permetteva loro di raggiungere le nuvole e, utilizzando le corna, di creare le piogge, tanto preziose in un luogo arido.

Anche il famoso “uomo leone” rappresenta la trasformazione dello sciamano da uomo a leone nel mondo degli spiriti, il leone viene raffigurato infatti con cinque dita per zampa, mentre in natura ne ha solo quattro, e anche la coda culmina all’estremità in una mano a cinque dita.

 

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