Gli architetti Luca Moretto e Susanna Piano hanno di recente acquistato la villa di Usseglio già abitata dal conte Luigi Cibrario, ministro della Pubblica Istruzione nel secolo XIX.

Il parco, caratterizzato dalla presenza di due secolari frassini che pare “scaccino le vipere” – ormai in ordine – ha potuto accogliere un ristretto gruppo di ospiti in occasione dello spettacolo “Questione di lana caprina, Lo stemma dei Cibrario a Usseglio”. Sullo sfondo del parco compaiono le facciate della villa contraddistinte da un susseguirsi di finestre timpanate di sapore classicheggiante oppure ad arco, l’esile torre sulla quale spiccano possenti mascheroni e un particolare di affresco ( ancora da studiare ) che potrebbe riferirsi al gusto rinascimentale.

È la Compagnia de “I contrabbandieri della Lera” a recitare la piéce sotto la regia di Fabio Scibetta; al violino Francesca Bertino, all’organetto Roberto Varalli, mentre le voci sono degli attori – bravi entrambi – Diana Libergoliza e Marco Perazzolo.

Presenti alla manifestazione, i discendenti della famiglia Cibrario: Alessandra, Vittoria, Camillo e Giulio con i loro famigliari.

Tutta la vicenda s’incentra su di una lapide che alcuni malcostumati infrangono, manufatto d’arte che il conte Cibrario vuole rifare, affidando l’incarico al picapere Minot. Fra le righe compare anche il nome di un importante scultore toscano che dovrebbe abitare dalle parti di Lemie!.

Corre l’anno 1863, bisogna lavorare in modo celere poichè a Usseglio l’estate è breve e l’inverno lungo. La lapide che Minot deve scolpire è scritta in latino, con i nomi degli avi e deve riportare lo stemma del casato composto dalla corona comitale, tre torri e un santo; in alto, due capre rampanti. Ecco dunque l’esperto picapere mettersi alla ricerca delle più belle capre del circondario da usare quale modello; fra i tanti incontri con proprietari di capre che non vedono di buon occhio che i propri animali vengano immortalati nel marmo ( l’avaro Peilacrin, Falabrac, il solitario Ciamulà ) compare una fanciulla che orna i propri capelli con il fiore della stella alpina. Dimenticavamo la presenza del maggiordomo del conte dall’espressione di “marmota straca”.

Minot vede una capra di razza fiorina che farebbe proprio al caso piuttosto che non le capre “dal ciuffo spettinato dal vento” che s’arrampicano su impervie rocce in cerca d’un poco d’erba.

Il picapere – assecondato dalla moglie Juccia – si mette al lavoro utilizzando il fragile marmo anziché le pietre locali e l’opera viene completata con soddisfazione del conte che, uscendo dalla propria dimora, cammina a Usseglio “fra lo scrosciare delle fontane”. ( 1 )

Gian Giorgio Massara

1) Emanuela Lavezzo, direttore del Museo di Usseglio, ha citato brani storici e letto parte dell’epistolario del conte ( 1848 ). Si deve a Luigina Borla il racconto di antiche storie ussegliesi.

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